Collezioni

Ho collezionato tante cose.

Sicuramente sconfitte e brutte figure

ma queste son le più  facili… non sono cose rare.

Ho collezionato lacrime che ho rifiutato di lasciar cadere

persino risate

e queste sì

son difficili da conservare.

Ho collezionato i colori più belli,

li ho tenuti dentro le scatole

per il timore di consumarli,

parole a centinaia…

quasi impossibile per una logorroica

Ho collezionato battiti di cuore

a lasciarlo andare a briglia sciolta,  chissà…

avrebbe preso magari un raffreddore.

Ho collezionato giornate vuote

che a pensarci bene

avrei riempito più che volentieri.

Ho collezionato persino divani malconci a metà

non perchè  li abbia consumati con gli amici a divertirmi,

o perchè  ci abbia dormito la notte,

o perchè  li prediligessi per farci l’amore…

no,  direi piuttosto che amavo scavarci fossi pesanti in solitudine

occupandoli per ore sempre nella stessa posizione

e sempre e solo nella seduta di destra.

Ho collezionato collezioni cominciate e mai portate avanti

passioni accennate e mai inseguite

viaggi sognati da cui non sono ancora tornata.

Ho collezionato un amore, due sorrisi,  qualche bacio rubato,  tre cicatrici e due funerali.

Tutto il resto l’ho solo vissuto.

Ieri ho barattato tutte le mie collezioni per un briciolo di saggezza.

Oggi fortunosamente ho perso la follia.

Domani, forse… comincerò un’altra collezione.

 

 

Il consiglio di oggi è  ovviamente una poesia

L’arte di perdere – Elisabeth Bishop

 

 

 

Irraggiungibili.

Era da tempo immemorabile che la aspettava.  Stava seduto coi piedi nella risacca e contava i granelli di sabbia.

C’era chi diceva che era impossibile farlo,  che era un’impresa fallita in partenza, come quella altrettanto bislacca di svuotare il mare con un cucchiaino.

Lui non si preoccupava tanto,  non aveva fretta, o almeno, non intendeva scoraggiarsi,  ci avrebbe messo tutto il tempo necessario ma alla fine ne sarebbe venuto a capo.

Quello che gli importava tanto,  non era conoscere il numero dei granelli, quello che gli importava era ingannare il tempo.

“E bravo somaro!” lo apostofò un vecchio giunto sulla spiaggia.

“Perchè  mi offendi?” chiese lui.

“Perchè ancora non hai capito che il tempo non si inganna! È come ingannar se stessi, inutile quanto impossibile.”

“È  solo un modo per farlo passare più in fretta intanto che aspetto.”

Il vecchio scoppiò in una risata divertita, “Allora tu sei più  grullo ancora di quella dall’altra parte.”

“Perchè  chi c’è dall’altra parte e che fa?”

“Ci sta una che vuole svuotare il mare con un cucchiaino, così, dice, sarà più vicina a quel che sta cercando…  grulla anche lei!”

“E tu, vecchio saccente,  cosa faresti al nostro posto? ”

Il vecchio guardò a lungo il mare, dal suo sguardo si capiva che ne aveva un profondo rispetto, quasi fosse una cosa viva, infine disse: “Contato un granello di sabbia,  si sono contati tutti, perchè in tutti c’è ognuno e in ognuno tutti, smetti perciò di contare e vai tu incontro a quel che aspetti.”

“Non posso.” rispose lui.

“Perchè?” chiese il vecchio.

“Perchè c’è di mezzo il mare.”

“Ah,  ah, ah…” eruppe di nuovo il vecchio nella sua fragorosa risata.

“Perchè  ridi adesso?” gli chiese.

“Anche in ogni goccia c’è  tutto il mare e il mare è in ogni goccia, in un cucchiaino ce ne stanno troppe, e così, non si svuoterà mai. ”

 

Il consiglio per oggi è:

Tutto è  uno – Michael Talbot 

Le pecore soffrono in silenzio

Nella notte erano arrivati i cani.

Era un branco famelico.  Il capo era un fonnese nero con i denti aguzzi, gli altri erano bastardi dal pelo ispido neanche tanto grossi.

Randagiavano un pò  in paese un pò per la campagna ma da che avevano avvistato il gregge non si allontanavano più tanto se non per bere.

Avevano osservato per molto tempo il pacifico ruminare delle bestie.

Avevano aspettato il momento propizio e infine avevano attaccato.

Erano quarantasette al mattino quelle cadute.

Tutte azzannate alla gola,  in pancia.

Il pastore le aveva radunate in un mucchio,  quelle morte ma anche quelle ferite a morte, però quelle respiravano ancora in piccoli e lenti rantoli gorgoglianti.

Lei le guardava con il cuore spezzato,  le ascoltava in ogni loro ansimo chiedendosi perchè il pastore le trascinasse in quel mucchio senza finirle.

Magari soffriva anche lui ma non lo dava a vedere,  magari il coraggio di ucciderle per non doverle mangiare o vendere non l’aveva.

Inveiva contro i cani,  contro la mala sorte, contro il potere del Cielo e contro il potere della terra.

L’unico che non accusava era se stesso per non avere saputo proteggerle.

Le pecore soffrivano in silenzio.

 

“Sono un vecchio arabo superstizioso e,  perciò,  credo ai proverbi della mia terra. Ce n’è uno che dice: Tutto quanto accade una volta,  potrebbe non accadere mai più. Ma tutto quanto accade due volte,  accadrà certamente una terza. ”

L’alchimista – Paulo Coelho

Oggi con la viva preghiera che certi proverbi siano fallaci…  spererò nel controproverbio che ci sia un’eccezione che confermi la regola… e sia per me: eccezione.

Il pittore

Il pomeriggio era assolato,  il cielo di un azzurro assoluto inframmezzato dal nulla,  nessuno straccetto di nuvola nè  di qua nè  di là.

La macchina filava dolcemente attraverso l’estate,  il cuore si era stabilizzato sulla frequenza del tranquillo-beato,  gli occhi attenti facevano la spola dal parabrezza allo specchietto retrovisore centrale poi a quello laterale in un sincrono perfetto e continuo come il ticchettare di ore minuti e secondi.

Curva a destra rettilineo curva a sinistra buca schivata auto sorpassata cielo ancora bello case case case verde giallo nero nero nero grigio asfalto guard rail ciclista curva a destra e finalmente mare mare mare svolta a sinistra abbandonando l’asfalto sterrato buche tutte prese pian piano alberi foglie parcheggio all’ombra.

Scese dalla macchina chiudendo piano lo sportello e si incamminò verso la spiaggia punteggiata di posidonie secche.

Il colore del mare in quel punto dell’isola non era quello delle cartoline,  ma seppure tendente al verdastro era altrttanto bello,  aveva un profumo intenso e le onde suonavano esattamente nello stesso modo.

Si guardò  intorno, lontano.

Alcuni pescatori aspettavano pazientemente che il cimino vibrasse o si piegasse, stavano seduti con lo sguardo rivolto al mare,  le gambe piegate e le braccia attorno alle ginocchia come bambini in attesa di un gioco nuovo.

Tornò  alla macchina aprendo rumorosamente il portabagagli col telecomando,  osservò  il cavalletto, la tela,  la valigetta dei colori facendo un calcolo mentale di quale distribuzione di forze avrebbe dovuto applicare per ingombro e peso e,  senza sprecare un movimento, prese tutto,  sbattè giù  il portellone e si predispose ad impadronirsi del suo set.

Aveva una precisa regia in mente,  minuziosa e infallibile.

Piantò  il cavalletto,  ci mise sopra la tela e si sedette.

Tolse il coperchio al primo barattolo,  lo annusò  e si mise a pensare a che odore avesse l’olio di lino,  se avrebbe saputo raccontarlo,  descriverlo a chi non poteva vedere magari,  provarci dicendo che è  caldo come una coperta di lana merinos,  avvolgente,  morbido e liscio come la pelle di una bella donna,  ma raccontarne il profumo,  come si poteva?

A vederlo,  avrebbe detto, ha il colore delicato del miele di sulla,  ma l’odore è  forte,  potente.  Toccarlo magari, sfregarlo sulle mani…  no,  non ne era capace.

Aprì  il secondo barattolo accarezzando piano l’etichetta con la sua grafia in blu..

Essenza di trementina

stava scritto così, tutto svolazzi,  dopo averne annusato il contenuto lo richiuse. Il terzo barattolo lo lasciò  nello zainetto che aveva trasportato in spalla,  per il momento l’acqua ragia non serviva.

Aprì  la valigetta canticchiando sottovoce…

Gli auricolari che indossava suonavano precise parole come l’eterno rimescolarsi delle onde.

Afferrò un pennelo e cominciò  a preparare la tela spennellando l’olio di lino crudo.

Disegnava lettere trasparenti scrivendo parole infinite e intense una sopra l’altra fino a riempire ogni più  piccolo spazio bianco rendendolo lucente come le lacrime al sole.

Versò  un quantitativo sapiente di essenza di trementina nel barattolo dell’olio di lino,  chiuse,  agitò,  riaprì,  ricominciò  a spennellare.

Le parole che scrisse questa volta pungevano come l’odore penetrante del liquido che aveva aggiunto.

Lasciò la tela così preparata in balia del vento che si era alzato come per un miracolo al momento giusto,  ogni tanto una posidonia faceva il suo dovere ed andava ad attaccarsi giusto giusto dove doveva,  e al vederla,  uno strano sorriso storceva il viso dell’anonimo pittore.

Da lontano,  un pescatore aveva appena rigettato in mare un piccolo pesce argentato,  lanciata la lenza con la nuova insidia, piantò  la canna nel suo supporto e prese a camminare nella sua direzione,  forse per una passeggiata,  o forse,  solo per curiosare dentro la sua tela…

Ci avrebbe trovato solo le alghe,  niente di più.

Come arrivai nell’isola

Era un giorno d’estate,  un giorno triste.

Sospiravo e pensavo…

Scorreranno i minuti,  lenti e precisi senza scontare un secondo,  nemmeno ora che siamo in saldi.

Il tempo non fa sconti,  mai!

Vorrei esistesse un mezzo,  qualcosa di prodigioso,  per estrarre gli ospiti inopportuni dalla mente,  relegarli dove meglio gli compete,  nell’oblio eterno.

A volte, quando il dolore è  tanto, vorrei che non ci fossero, semplicemente che non ci fossero,  ma questa scatola della memoria è  potente, precisa ricorda ogni nascita, ogni morte, ogni sguardo e ogni parola, ogni giorno di calendario.

Ricorda persino di quelli inesistenti…

Soledí 43 nascembre 10084

Famenica 86 sprecaio 20007

Stregato 19 menestò 3044

Suonano strani,  ma li ho inventati io,  come potrei scordarli?

Perché  inventarli poi?  Per fuggire in un altro mondo?  Arrivare in cima alla montagna e lanciarsi oltre il punto di non ritorno? Perché  fuggire poi? Forse per acchiappare ciò  che non vuol esser preso, perché non dipende da me,  è fuori da me, oltre l’orizzonte degli eventi, a un passo dall’inghiottitoio di un gran buco nero al di là  del quale c’è il niente che mai niente è.

A quel punto mi tornarono in mente queste parole:

“UNO è  l’Universo in tutte le sue parti, ma in quanto infinito non ha alcun centro né alcuna circonferenza,  potendo ogni punto essere centro e circonferenza”.

Elucubrando pensai, forse è  per questo che il pi greco è tanto irrazionale, come potrebbe dovendo adattarsi continuamente a questo infinito mondo, darne una misura finita?

Ma se davvero, semplicemente,  tutto può stare sulla punta di uno spillo,  e già ci starebbe largo, perché  non entrarci dentro a questo luogo pazzo?

Ero, se ricordate,  quasi in cima alla montagna, venite…  vi porto con me.

La montagna è piena d’alberi, piove.

Cammino attraverso la foresta,  ogni tanto una lama di luce attraversa le foglie. Il canto degli uccelli è  armonioso,  mi sembra di essere al mare e di sentire i gabbiani,  ma gli animali qui sono molto diversi da quelli che troverei sulla spiaggia.

Ho paura di essermi persa,  non ho incontrato nessuno a guardia del passo.

Potrei aver sbagliato a voltare l’ ultima volta,  ma l’ istinto mi dice di non esitare,  di andare avanti. I tuoni si fanno più frequenti,  squarciano il silenzio opulento di suoni di questo luogo incantato,  perché  silenzio è assenza di voci umane. Qui non c’è  niente a parte la natura,  nemmeno l’ombra di un aggeggio infernale e io,  non ne porto con me.

D’ improvviso la foresta è  finita,  così,  di colpo,  senza avvisaglie,  si è data per dispersa,  per conto suo,  senza chiedermi il permesso.

Dove sono ora?

Sferza un vento gelido,  tutto è  neve,  e bianco,  è  ghiaccio.

Mi guardo indietro, a destra, a sinistra,  tutto è  uguale,  tutto desolatamente acquoso,  acqua in cielo,  acqua in terra.  Davanti a me un faro spento,  stalattiti pendono dai suoi balconi,  dalle sue scale.

Non si vede anima nemmeno qui,  non si ode suono al di là di questo vento sontuoso e pieno.

Cammino verso l’ unica meta possibile,  mi attacco con la mano alla ringhiera della scala,  è un semplice tubo,  liscio,  ma piccoli ghiaccioli penduli lo inghirlandano di motivi unici,  irripetibili,  come ogni singolo fiocco di neve,  rendendolo una lussureggiante opera d’ arte.  Non posso stare a pensare,  trattenere la mano più  a lungo di un istante su questa ringhiera disegnata dagli angeli, significherebbe lasciarla qui per sempre.

Salgo gradino dopo gradino,  attenta a non scivolare,  arrivo fino in cima e la porta,  al contrario di ciò  che avrei potuto pensare,  si apre con una spinta leggera,  facilmente.

Varco la soglia.

E di nuovo piove,  di nuovo temporaleggia.

Mi viene incontro un campo di grano maturo,  i fulmini,  in lontananza,  di nuovo squarciano il cielo con i loro ricami,  sposto le spighe e cammino,  cammino con fatica sulla terra inzuppata,  sono zuppa anch’io,  di pioggia, di aria, di freddo,  eppure cammino,  cammino,  chiedendomi che altro troverò alla fine di questo campo.

Solo un’ altra radura.

Al di là di questa,  un bosco nuovo.

Ci entro dentro accompagnata dalla musica di mille uccellini. Cammino,  cammino ancora attraverso cespugli e fiori,  zigzagando attorno a tronchi secolari,  accarezzo le pietre vellutate di muschio.

Con la mente che fa capriole,  disegno un sentiero sotto i miei piedi,  è morbido di sabbia smossa,  e infine lo sento,  sembra proprio il suono che sto cercando,  o quasi.

Una cascata vien giù  dall’ alto di una rupe immensa,  sembra il quadro cinese di una montagna che pare sospesa.

M’infilo nell’ acqua senza aspettare,  cristallina e azzurra brilla di milioni di piccole stelle,  vado fino in fondo,  mi spingo fin sotto la potente valanga,  mi abbraccerà o mi schiaccerà?  Non importa, lascerò  fare.

È  un peso che annienta ogni pensiero,  non è forse questo che cercavo?

Tutto è bianco,  tutto è grigio,  son tutte bolle,  le mie le sue,  mi spinge più in fondo dove tutto è  nero,  la tentazione di chiudere gli occhi e lasciar vincere questa assenza  è  forte,  ma ci sono delle regole e intuisco che non mi è  concesso,  devo risalire,  veloce,  veloce là  dov’è la luce,  là  in alto dov’è l’orizzonte a cui devo arrivare e dove arrivo spinta da una forza che non è  la mia.

E così esco fuori per riatrovarmi dall’ altra parte della cataratta ruggente,  ricomincio il cammino dentro le umide budella della terra,  posando i piedi con attenzione,  chi mi soccorrerebbe se inciampassi,  chi sentirebbe la mia voce qui sotto?

Dove vado non so ancora,  ma pare che questa sia l’ unica via.

Il suono dell’ acqua che scorre mi accompagna.  Un fiume mi cammina affianco,  unico compagno logorroico del mio viaggio, lo seguirò là  dove mi vorrà  condurre,  a rivedere il cielo del mattino o le stelle della sera,  o forse,  infido e bugiardo,  mi porterà verso un muro cieco, proseguirà  la sua corsa sotto le viscere della montagna e mi proporrà di seguirlo dimenticando di respirare.

Come si può,  come si fa?

Invece, laggiù in fondo serpeggia già una luce,  mi viene incontro e mi chiede di seguirla.

Il mio compagno di viaggio a questo punto si piega e si abbassa,  dalla piena si riduce a un agile ruscelletto,  solo per me – questo lo so – solo per me,  che altri di qui non sono andati,  e mi concede – da anomalo  Caronte – di passar l’Acque senza pagar dazio.

La porta della caverna s’ apre colpendomi allo stomaco con un knockout di dejavù,  s’affaccia su un sentiero sterrato orlato di giunchi,  qua e la qualche sparuto albero dalle lunghe foglie lanceolate,  ne scelgo uno preciso che fa da sipario a quel che viene oltre,  ne scosto un ramo come scostassi un ciuffo dalla fronte e il mio sguardo accoglie una lunga spiaggia e finalmente il mare.

Mi volto per guardare indietro da dove sono uscita,  ma quel luogo è già  scomparso e più non è.

Tutto è silenzio ora.

Davanti a me e a me intorno c’è solo un’ isola…  da inventare.

Sono arrivata a casa!

Ars memoriae

La mia isola è composta di dieci parti.

Ogni parte è divisa in tre stanze.

Ogni stanza è  un luogo magico e mirabile.

Dal lato esterno della prima stanza a sinistra al lato interno della prima stanza a sinistra conto cento passi.

Dal lato superiore della prima stanza a sinistra al lato inferiore della prima stanza a sinistra conto venti passi.

La prima stanza a sinistra è  la stanza numero 1 della  Parte 1 delle dieci parti.

Da lato esterno della prima stanza a destra al lato interno della prima stanza a destra conto cento passi.

Dal lato superiore della prima stanza a destra al lato inferiore della prima stanza a destra conto venti passi.

La prima stanza a destra è  la stanza numero 3 della Parte 1 delle dieci parti.

Dal lato sinistro della prima stanza di mezzo al lato destro della prima stanza di mezzo conto cento passi.

Dal lato superiore della prima stanza di mezzo al lato inferiore della prima stanza di mezzo conto venti passi.

La prima stanza di mezzo è  la stanza numero 2 della Parte 1 delle dieci parti.

Le parti  si susseguono da sinistra a destra per tre di cento in cento e scendono per nove volte di venti in venti secondo questa numerazione: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 9 – 10 – 11 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17 – 18 – 19 – 21 -22 – 23 – 24 – 25 – 26 – 27 – 28 – 29 – 30.

Dal lato sinistro della stanza numero 7 al lato destro della stanza numero 10 conto trecento passi.

Dal lato inferiore delle stanze 4 5 e 6 al lato superiore delle stanze 15 16 e 17 conto quaranta passi.

Le stanze 8 12 e 20 misurano anch’esse in lunghezza 100 passi in altezza 20 passi ma non occupano spazio.

Le stanze 8 12 e 20 formano la decima parte di cui io sola conosco il luogo preciso.

La stanza numero 20 è  il tempio che tutto contiene in potenza.

La stanza numero 12 ha una porta per ogni unitá, ogni porta ha un sigillo: non la trova chi non abbia la chiave per ognuna di esse,  solo raccogliendo tutte le dodici chiavi si possono rompere tutti i sigilli.

La stanza numero 8 è  quella che ogni cosa disvela.

La stanza numero 8 e la stanza numero 12 sono la sede di ogni sapienza, ma si va per una solo passando per l’altra.

Tra le stanze numero 8 e 12 e la stanza numero 20 vi è  un salto di venti passi più venti passi e venti passi più  quaranta passi.

Tutto ciò,  rappresentabile graficamente,  forma uno schema infallibile per riporre ogni memoria in qualunque tempo e una chiave sicura per ritornare certamente a trovarla con passo sicuro.

Dato un nome ad ogni stanza, datogli pure un colore,  fissata la mappa e il percorso,  nulla di ciò  che vi si conserva può  andar perduto né  mischiarsi a caso.

Non la memoria è  limitata,  ma solo la nostra capacità  di tenerla in ordine.

La mia stanza numero 1 si chiama alef è agitata come il mare in tempesta, azzurra come il cielo appena dopo il tramonto e ha il sapore dei mirtilli maturi.

Il proponimento:

Imparare.

Il metodo:

Esercitarsi con costanza e impegno.

Il risultato:

Riuscire a ricordare a memoria anche un numero di trenta cifre in avanti all’indietro e pure a salti se vi va.

Provare per credere.

Come fare?

Inventatevi un’ isola che per voi abbia un senso (la vostra casa, il vostro paese,  il vostro corpo ecc.), costruitevi sopra una mappa di stanze (o forme,  o figure,  o simboli), imparatela a memoria,  costruite il vostro itinerario battezzando le stanze in un ordine preciso,  ficcate in ogni stanza ció  che volete ricordare rappresentandolo con oggetti o associazioni mentali per voi significanti,  e state certi che vi basterà fare una passeggiata tra le vostre stanze per ritrovare tutto quello che avete custodito al loro interno.

Naturalmente i ringraziamenti sono d’obbligo…

Oggi vanno all’impareggiabile Giordano Bruno ed al suo

De umbris idearum

 

 

 

 

 

 

 

Polvere di fata

Stanotte il mare ha portato nuovi tesori.

Mi sono svegliata prima dell’alba.  Tutto era buio,  come solo in un’isola deserta puó  essere.  Ancora qualche stella accendeva lumini in cielo,  la luna era pallida,  giusto una falce sottile a rischiarare il cammino.

Ho preso tutto l’occorrente per pescare,  canne,  lenza,  ami,  vermi,  insetti,  pane e formaggio. I pesci bisogna allettarli con prelibatezze e leccornie,  coreani,  americani,  bibi,  veronese,  arenicola…

Io poi sono ingorda, pesco sino allo sfinimento, e quando ho riempito il mio cesto di saraghi,  spigole,  scorfani e sparlotte, prendo la mia barca e remo fin quasi al tramonto per arrivare all’isola dirimpettaia…  ho anch’io dei vicini!

Nell’isola amica vivono solo bambini,  loro la chiamano isola che non c’è, ma vi assicuro che c’è  ed è  alquanto rumorosa. Ho una cara amica laggiù,  si chiama Trilly,  abbiamo molte cose in comune, sicuramente la passione per il volo,  non manca mai di regalarmi un pó  di polvere di fata ogni volta che porto qualcosa ai bambini. Generalmente vado lá  quando Peter non c’è,  lui é il capo dei bambini sperduti ma a me non piace granché: è  un irresponsabile e a me gli irresponsabili non piacciono.  Ma in fondo è anche lui un bambino,  e non manco mai di lasciargli due o tre storie (che lui adora quanto il pane con lo zucchero),  qualcuno dei miei barattoli di marmellata e le caramelle.

Ho ecceduto con la dose questa volta,  ho chiesto a Trilly di convincerlo a portarmi con se dagli indiani,  ho sentito di una vecchia leggenda che mi andrebbe di discutere col capo.

Nell’ultima bottiglia trascinata dalla risacca c’era  una pergamena ancora leggibile,  parlava del segreto di un bufalo la cui pelliccia d’oro copriva il tetto della capanna di un potente sciamano il quale sapeva leggere il futuro nelle stelle,  il suo nome era Uomo,  solo questo è abbastanza curioso,  la pergamena diceva che bisognava andare “la dove non è” per trovarne le tracce,  e quale posto migliore dell’isola che non c’è per trovare il “la dove non è…”

così ho pensato di smussare gli angoli al mio rapporto con Peter per provare a scoprire qualcosa di più .

Lo so,  lo so,  non è molto corretto usare le persone per i propri scopi, ma in fondo Peter ama le avventure e poi,  dite la verità,  non l’avete giudicato sempre un pò gradasso anche voi?

In attesa che torni dalle sue scorribande e Trilly faccia la sua parte…  faccio scivolare sulla mia barchetta un pò  di polvere magica e salutando i bimbi sperduti con le mani,  volo via tra falce di luna e stelle verso casa.

 

 

 

 

S’i fossi foco…

Se fossi piccola quanto un seme di papavero

vorrei essere trascinata dal vento fin dove mi volesse portare

Se fossi un gatto vorrei avere zanne feroci di tigre

per combattere e vincere contro ogni cane del quartiere

Se fossi un inchiostro vorrei servire da clorofilla alle piante

per fare giardini e boschi e foreste di ogni colore

Se fossi un pezzo di pane vorrei darmi a un lattante

essere desiderato solo per il piacere senza il tormento della fame

Se fossi una data vorrei essere il tredici di agosto

perché  é  quello il giorno in cui cadono più stelle

Se fossi un  peccato sarei la gola ..

perché è discreta e prima o poi tutti ci cascano

Se fossi un gigante attraverserei l’Oceano con due passi

Sarei il colosso tra Gibilterra e New York e farei da ponte per tutti quelli che sognano l’America

Se fossi il tempo sarei moto perpetuo e girerei in eterno per confondere le idee

Se fossi luce come é vero sono

Avrei trovato il modo per aspettar me stessa

 

Alcuni anni nella tana del Bianconiglio sono sufficienti a confondere le idee,  certo,  ogni tanto la mente si affaccia sull’orlo del pozzo, una luce vivida mostra la pianura erbosa al di fuori e il cespuglio alto dietro cui si nasconde l’imboccatura.

Tutti hanno la possibilità  di caderci dentro almeno una volta nella vita,  ma c’è  ogni tanto qualcuno che ci si trova così  bene da volercisi attardare.  Sono tante le cose nascoste al suo interno,  si mostrano pian piano come i cavallini di una giostra e si confondono in un vortice come i colori di una girandola variopinta.

Nel mio pozzo l’isola è al centro ma il cuore sta nel mare che la circonda.

Il mare è profondo,  non puó  essere che così  per contenere la mia anima.

Lei è  una pellegrina,  una viandante,  una nomade del deserto che conosce ogni oasi da cui trarre acqua e sostentamento.  Sa di essere venuta sola e che sola andrà  via,  non ricorda più quando e cosa scelse di trovare nel suo viaggio,  ma di sicuro lo aveva meditato fin nei minimi particolari.

Il pozzo è  il passaggio da un mondo a un altro,  é  un tunnel spazio-temporale durante il cui attraversamento occorre afferrare tutto ció  che è  necessario per viver bene dove si andrà  a sbucare.  Per lui si va in circolo, da nascita a rinascita, all’infinito,  alcuni la chiamano reincarnazione ma è  piuttosto smaterializzazione e materializzazione.

Sì,  perché la vita non é altro che una lunga scuola in cui noi siamo prima figli, poi padri di noi stessi, finchè  tutto non abbiamo appreso.

Siamo qui per una ragione molto speciale: veniamo al mondo per rendere vera e tangibile la materia,  é  il nostro pensiero che la plasma.

Tutto é possibile se solo sappiamo immaginarlo.

Il primo apprendimento consiste nell’eliminare i concetti di confine,  limite, finito, assoluto,  vero.

Poi imparare alcuni assiomi.

A non è  meglio  di B.

B non è  meglio di A.

A e B possono coesistere,  non esistere, insistere nello stesso tempo e nello stesso luogo…  come?

Dipende da quanta e quale fantasia ci si mette.

Avete notato mai come si sta quando si è  di fronte a un bel paesaggio,  o a un tramonto?

Tutto sembra perfetto limpido e pulito,  la gioia che proviamo nel guardarlo lo rende ancor più  bello e ogni sensazione positiva che ci dona fa da moltiplicatore alla sua bellezza, se poi condividiamo questa gioia con gli altri diventa pressoché indimenticabile,  immortale, come un quadro da tramandare nei secoli.

Queste sono le opere di quanti riescono a sognare anche i colori che ancora non esistono,  bisogna avere la fantasia sempre accesa,  esser capaci di guardare il cielo col naso all’aria aspettando che esplodano come fuochi d’artificio.

Ma ci sono menti che vengono al pozzo per inquinarne l’acqua.

Ci buttano dentro i loro fantasmi,  i loro mostri,  la loro sete malata di rivalsa contro un mondo che si è  rivelato diverso da quello che avrebbero voluto.  Non sono capaci di sognare i colori e vogliono tornare nel pozzo senza aver imparato niente.

La cosa triste però  é  che non si accontentano di tornar da soli.

Convinti di far piacere a Dio, devono trascinarci anzitempo anche chi ancora non ha finito di sognare,  qualcuno che avrebbe potuto donarci chessoio, un ascensore per la cima di una cascata, un manuale per il teletrasporto,  un gancio nuvolare a cui tenersi per camminare sull’arcobaleno…

Chi può  dire fin dove ci spinge il nostro genio visionario e un pó  folle?

Sono loro gli angeli caduti, quelli cacciati, che non hanno ancora capito come farvi rientro dalla giusta porta.  Sono i loro sogni malpensati che riempiono il mondo di tragedie senza senso. E finché  faranno questo troveranno sempre chiuso.

Se tutti occupassimo ogni istante del nostro tempo ad esercitarci nell’arte di sognare la gentilezza la bellezza l’abbondanza la pace non sarebbe banale né  noioso nè  troppo monotono il mondo che troveremmo  alla prossima uscita dal pozzo,  solo un mondo in cui quasi non esistono elementi che si generano nutrendosi solo di dolore.

Già  lo dissi,  mi ripeto,  c’è una sola medicina,  si chiama “bonheur”

… @nche Cecco dopo tanta ira concluse in pace tra le risa.

Nessuno ci cambi. 

 

la chiocciolina é venuta da sè per colpa del touch quindi ce la lascio…

il mio grazie oggi va a Cecco…  Angiolieri e chi se no

Caprifoglio

Il tempo scorre tanto in fretta,  un mese é  gia passato e ancora…

Nella mia isola oggi in cielo solo corvi e cornacchie, il loro gracchiare odioso profuma di malaugurio. Il sole si é  nascosto dietro nuvoloni sabbiosi e pesanti, non arriverà  ristoro dall’alto, e allora cerchiamolo dentro al cuore che lí,  al riparo da ogni gracchio funesto o nuvola nera, scorre sempre acqua pura.

Tanto tempo fa,  in un regno lontano,  viveva una ragazza povera ma tanto buona e alcuni dicevano anche bella.  Era rimasta orfana da bambina ed era cresciuta nei boschi nutrita dai passeri e dalle formiche (i suoi erano pasti molto frugali)  le cicale le avevano insegnato a cantare e i ragni a ricamare.  I suoi lavori erano talmente minuti e delicati che tutte le dame del paese facevano a gara per ottenere le sue trine da applicare ai loro pomposi vestiti.

Avrebbe dovuto vivere assai bene con quel che guadagnava ma le scaltre signore,  approfittando del suo ingenuo buon cuore e della sua proverbiale frugalità la pagavano con qualche vivanda e un pò  di frutta secca che lei (per paura che andasse a male)  divideva coi bambini poveri del villaggio.

Lavorava instancabilmente da mane a sera finché  gli occhi le si chiudevano per la fatica e si addormentava così sullo sgabello svegliandosi solo per il freddo,  allora andava a stendersi (nella misera ma linda capanna)  sul suo giaciglio imbottito di foglie secche e cullata dal fragile crac crac delle foglie scivolava beata tra i sogni.

Buonasera fiore di caprifoglio – le sussurrava una voce all’orecchio

Buonasera padre mio – rispondeva lei

Da quand’era bambina non mancava mai una sera,  veniva a cullarla nel sonno,  a insegnarle a far di conto (perché anche se non si faceva pagare il giusto, i conti mica li sbagliava), a declamar poesie, a preparare pozioni e ad essere buona e generosa con tutti.

La chiamava fiore di caprifoglio perché  come quello profumava col far della sera.

Come mai siete cosí  serio questa notte padre mio?  - gli chiese.

Mia dolce bambina giunge il tempo in cui dovrai prendere marito.

Marito?  È  proprio necessario?  Non mi bastate forse voi per essere pienamente felice?

Quando t’ innamorerai non ci sarà  più  posto per me nei tuoi sogni – le rispose il padre con voce triste.

Questo non accadrà mai! – rispose sicura la ragazza.

Passò  l’inverno, giunse l’estate, caddero le foglie e tornò  il gelo, ma nulla cambiò  nelle abitudini di Caprifoglio.

Spuntavano i primi germogli, nei campi fiorivano i mandorli e Caprifoglio, seduta al suo sgabello, cantava e ricamava mentre il pomeriggio si faceva sera.

Un cacciatore passava per il sentiero appena fuori del bosco,  quando senti la sua voce dolcissima e non poté  fare a meno di andargli incontro.  Mentre si avvicinava cominciò  a percepire anche un delicato profumo e quando arrivó  di fronte alla capanna e vide la ragazza addormentata sul suo lavoro ebbe appena il tempo di sorridere che già  ne era perdutamente innamorato.

Padre?  Non avete aspettato nemmeno che io andassi a dormire sul mio giaciglio,  quale urgenza vi porta da me così presto stasera?

Vengo a salutarti mia cara e a darti un monito – le disse con fare serio.

Mi spaventate – rispose la ragazza.

Nessuno spavento, solo una preghiera: attenta a quel che ti si offre, alle moine,  ai begli occhi e alle parole,  le offerte si pagano, le moine ingannano, i begli occhi confondono,  e le parole si dimenticano. Impara quel che dico a memoria non dimenticarlo mai e sii felice.  Addio tesoro mio.

La ragazza non fece in tempo a rispondergli né  a chidere perché  le dicesse addio: si svegliò.

Vide il cacciatore chino su di lei che la guardava,  aveva gli occhi verdi come il muschio d’inverno, la voce allegra e fresca di un ruscello e il sorriso di un angelo.

Troppo!

Dopo le parole che il padre le aveva appena ordinato di mandare a memoria, a lei sembrò  il diavolo incarnato.

Venne un giorno e le offrì il suo regno giacché (e ci mancherebbe visto che è  una fiaba)  il cacciatore altri non era che il re in persona.

Lei lo respinse con gentilezza e tornò  al suo lavoro.

Venne un altro giorno e le portò  in dono profumi e gioielli, cantori per allietarla,  cuscini di piume d’oca e lenzuola di seta, compose per lei poesie e fece arrivare da terre lontane cesti di rose e viole.

Lei gli disse: per profumo mi basta il mio nome, di gioielli non ho bisogno perché ho già tutte le stelle del cielo,  a cantare ci penso da me, senza il suono delle mie foglie non potrei dormire e per questi poveri fiori così  crudelmente rubati anzitempo alla terra piangerei se le lacrime fossero meno preziose di quanto siano.  E così  dicendo lo rimandò lá  donde era venuto.

Venne ancora un giorno si sedette accanto a lei e parlò soltanto mentre lei lo ascoltava coi suoi occhi neri e attenti.  Le raccontò di luoghi incantati,  di storie avventurose,  di magia e di mistero.

A che mi serve andar lontano? Qui ero contenta di quel che avevo finché  non siete arrivato voi con tutte le vostre cose, dacché arrivaste mi sembra siano fuggiti tutti i sogni felici,  avete riempito la mia testa di cose da scartare e mi sembra di aver dimenticato l’unica cosa importante da ricordare.

Era proprio in collera e lo mandò  via di malo modo.

Quello tornò  allora un giorno ancora.  Non aveva portato nulla con se tranne il suo amore, sedette di fronte a lei e si coprì  il viso con le mani,  quando le tolse aveva gli occhi lucidi di pianto.

Venite con me,  vi prego – le disse – sposatemi,  saremo felici e vi prometto che avremo dieci bambini,  li chiameremo Stella del mattino,  Foglia d’ autunno,  Sole, Vento (lei sarà  quella che ci farà diventar matti), Alba Chiara, Fortezza (lui ci darà  qualche dispiacere ma sapremo rimetterlo a posto noi due), Nuvola,  Bella, Fulmine e Felice. Li ameremo con tutto il cuore e loro ameranno noi, avremo un esercito di nipotini e quando saremo vecchi non ci lasceranno mai da soli, potrete dormire su cuscini di foglie,  cantare dal mattino alla sera,  lavorare se vi andrà  di farlo e…

Basta,  basta… – disse Caprifoglio ridendo – mi avevate già  convinta dopo la prima lacrima…

 

 

Liberamente ispirato da un nome,  mio padre e la strofa di una canzone…

la luna ed i grilli normalmente mi tengono sveglia… 

Notte papá

Notte.

 

Una colonia di una certa rilevanza…

A volte si sentono cose che fanno sorridere anche quando si pensa di non averne voglia…

E più si ascolta la notizia, più ciò che dovrebbe far indignare produce un’ilarità benefica e benedetta, so ancora ridere dopotutto!

Dalle mie parti si dice “ridere dei carri rovesciati” ma pur sempre ridere è.

Che cosa ha provocato tanta nequizia – che tradotto sarebbe malvagia perversità d’animo – faccio immediatamente mea culpa per il momento contingente della mia vita in cui sarebbe opportuno astenermi, ma non posso amici miei, non posso proprio.

Vi conto dell’origine della questione:

Tiziolino, Caietto e Semproncino facevano quel che da tempo immemore fanno i pupetti delle periferie metropolitane, ossia divertirsi con quel che passa il convento, che il convento in questione non è sempre Central Park o Mayfair o Villa Montmorency, per rifarci all’esotico stranger in the night che fa più figo, si sa, epperò…

Quindi TC&S giocavano come si conviene alla loro spensierata età, e lo facevano con i mezzi

epperfortunapperòcheilcellulareceloabbiamo! -

che grazie al cielo avevano a disposizione, ponendo – ignari della rilevanza del loro reportage – alla berlina il Sig. Chi Quanti e Quali avrebbe dovuto provvedere da tempo immemore e non lo fece.

Si sa quindi erripetiamoci si sa, città che vai ratto che trovi, ma che dire dei pasciuti sorcioni (e non teneriZeroamantisorciniromanideroma) perfettamente in carne, di pelliccia folta e lucente che zompettano felici spuntando da ogni dove LA’ddove e perfettamente normale che si trovino date le dogliantissime condizioni in cui versa il sito in parola?

Certo esser topo e passeggiare attorno a un cassonetto (sebbene tra la spazzatura ammicchi oddiocheorrore! persino il marchio GUCCI – che si potrà forse richiedere un danno d’immagine? – o magari CUCCI visto dove stava, sarebbe più comodo no?) uno pensa mica di esser ripreso e diventare il GOSSIP della giornata, eddicoio mica sempre e solo Belen!

Io me ne stavo per i fatti miei a procurar la pagnotta con tutti i miei familiari, e una truppa di scalmanatelli è venuta a disturbare il nostro quotidiano e certosino lavoro così… per gioco, per divertimento!

Pensa tu la fortuna!

Finalmente abbiamo l’attenzione che meritiamo!

L’ha riconosciuto persino Fortini – Fortini chi? mi dice nonna topa che lei si sa di questi VIPe nun za niente…

A nò… le ho detto – Fortini quello dell’AMA

Che????? Fa nonna che un po’ sorda è, e ce ‘sta, vista l’età che tiene – Chi ‘ciAMAANNNOI????

Nonna NO, nun è che CIAMA ma.. a pensacce bene… ‘npò sì dai… sachehaddettto?

e che ha detto? fa mi nonna…

Che semo… ti dico papale papale: “Una colonia di ratti di una certa rilevanza…

E finalmente aNò, se ne sò accorti!!!!!

Mò, quando vengono per le interviste, me so già preparato – tanto parlo io che curo le pubbblic relescionnn – sa nò che ie dico:

“Grazie di esservi accorti della nostra rilevante presenza, del resto. come ha detto anche Papa Francesco, anche noi siamo il Prossimo – e mica c’è bisogno che ci scappi sempre il morto per star lì a ricordarlo? – ed è giusto che abbiamo il nostro spazio suimassssmedia, ratti del nostro stampo non se ne vedevano da che Nerone appiccò fuoco all’urbe, abbiamo proliferato indisturbati e indisturbati abbiamo dato vita ad un polo industriale connesso ed integrato, la nostra raccolta differenziata a chilometro zero è ciò che di più avveniristico si possa trovare sul mercato internazionale, la filiera corta passante per il nostro tratto digerente è il più efficace – senza tema di ulteriore efficientamento amministrativo di sorta – metodo di riciclo oggigiorno progettabile.

E’ ora che si scriva a caratteri cubitali su ogni testata – o ogni testa fate voi – la “RATCORPORETIOUNLIMITED.SorcPublicAdministration” è la multinazionale che ha prodotto negli ultimi cinquantanni gli utili più alti che si siano mai registrati nell’UniversoCreato, la politica innovativa del “TUTTO DEVE CAMBIARE PERCHE’ NULLA CAMBI” ha fatto sì che la nostra economia emergente sprizzi energia da tutti i pori, cavi sangue dalle rape, prenda piccioni con poche fave e faccia nozze da nababbo coi fichi secchi e ci permetta di dire a gran voce  GATTO pure se non ce sta ner sacco, che qui neanche i gatti ce stanno pe pigliacce!”

 

ONORI A TC&S#taggapurammé

vi invito a copiare e guardare

https://www.youtube.com/watch?v=xtipyig9s0g

da cui traggo testuali parole (minuto 2.10):

“Una volta sentii risuonare le risate dei bambini

e piansi a calde lacrime per gli alberi perduti

lasciate che i bambini vengano  tra gli alberi e io ridarò loro la speranza egli disse

ma non ci sono più alberi per questi poveri bambini smarriti

il marciume è il loro balocco

degradarsi è il loro gioco

non hanno che i rifiuti da scalare.”

 

Dal Film “Green Card” di Peter  Weir del 1990

con Gerard Depardieu e Andie MacDowell

aspèregàcheccestàervideo….

https://www.youtube.com/watch?v=Blt_vM1yPhA    

mettilo sufeisbucetàggame… e taggapurammmè

echo '';