Storia di Marinella

Il fazzoletto nero calato sulla fronte nascondeva tutti i capelli, non c’era sorriso nel suo viso irrigidito dalla legatura severa di quello stesso fazzoletto nero  sotto il mento.

Gli occhi erano lucidi quasi febbricitanti, due laghi verde chiaro che guardavano spersi di fronte a se, sicuramente vagliavano il bilancio di una vita finita prima di veder la luce.

Lei non udiva più quel continuo bussare, le sembrava fossero passati cent’anni e non un autunno e un inverno,

Vedova e giovane. Amata e sola.

Sola di quel marito giovane anch’egli, che una stupida infezione aveva portato via senza stare a contare quante cose buone avrebbero potuto ancora fare. Il pudore di raccontare quanto fosse infelice non lo aveva, lo nascondeva bene nell’accudire i figli, nell’amare quei figli che Dio le aveva donato, e quanti altri gliene avesse dato, non sarebbero stati mai troppi, mai.

Come potevano dire che non era in grado di occuparsene, non se n’era forse sempre occupata da sola, perché volevano strapparglieli via?

Che crudeltà!

Come potevano quegli orfani vivere felici lontani dalla loro unica, sicura radice, come potevano pensare che lei lo avrebbe permesso?

Una vedova con sei figli, un altro in arrivo, che intempestivo destino!

Avrebbe fatto di tutto per tirarli su, ma c’era chi voleva tirarli su per lei, loro, carne della sua carne!

Toglierle anche uno solo di quei piccoli sarebbe stato crudele, figuriamoci tutti.

Ma c’era un’eredità di mezzo, mica si poteva star lì a guardare e basta, era diventato opportuno farsi avanti, reclamare quello che nessuno prima aveva voluto riconoscere, per questo bussavano e bussavano e bussavano.

Tutta questa divisione di umane speranze le sembrava una orrenda cattiveria da aggiungere a ciò che aveva patito, come potevano farlo, come?

Come poteva permettere che tutti, col falso pretesto di aiutarla, si sentissero in dovere di alleviarle il dolore togliendole l’unica cosa che le ricordasse l’amore immenso che aveva provato nel metterli al mondo e che infine aveva condiviso con quel marito che il cielo le aveva donato e di cui tanto aveva sussurrato la gente.

Ai tempi i cui lui l’aveva chiesta in moglie, non c’era stata lingua malevola, benevola o normalmente muta che non avesse avuto da dire una parola.

Era un evento.

Lei sempre sulla bocca di tutti, silenziosa e ingombrante presenza, ad urlare al mondo il suo mestiere stando sempre seduta sui gradini prospicienti la stretta porticina d’ingresso alla sua umile dimora fatta di tre stanze – cucina camera da letto e bagno interno – un vero lusso – stanzette piccole a dire il vero, ma sempre linde e accoglienti.

C’erano sempre andati volentieri – giovani e attempati – lei era dolce, mai una volta una loro confidenza era uscita fuori da quella piccola casa.

Gli uomini l’amavano, le donne la detestavano, per tante ragioni, la odiavano le sante che sognavan d’esser puttane senza averne la stoffa né il coraggio, le bigotte. le tradite. le brutte e anche le belle, perché lei era generosa, buona e sincera, e su queste qualità non si può fingere né per la terra né per il cielo.

Sei volte quegli incontri avevan portato frutto, e nonostante il suo daffare, di ogni frutto lei conosceva esattamente l’albero dal quale aveva tratto il seme. Sicura nel suo cuore, poteva dire con certezza, di chi e quando, più di qualche onorata donna che nel talamo nuziale si era trastullata con altri balocchi di esotica provenienza.

Così a ognuno secondo la natura aveva dato il nome, e nel suo rigoglioso giardino aveva visto crescere mele, pere, fichi, olive, grano e uva, cosa poteva mancarle?

Non una volta aveva proferito verbo su chi fosse stato sebbene lei sapesse. Solo l’ottuagenaria ostetrica muta sapeva al pari di lei, perché la voglia che immancabilmente era esposta nel piccolo petto, rimandava con certezza assoluta al padre che la stessa ostetrica aveva fatto nascere anni prima.

Tutti gli abitanti del paesino cercavano di capire affannosamente da quale ramo fosse caduto, dicendo ora da questo ora da quello, e così, veloci di bocca in bocca, le notizie correvano di famiglia in famiglia e poi di villaggio in villaggio.

Lei, zitta accudiva i suoi bimbi e fatto questo tornava a sedersi nei gradini della casa in via del campo.

Un giorno capitò che il medico di un villaggio vicino venuto a prestare visita a un malato, la vedesse giocare sulla porta di casa con l’ultimo nato, gli sembrò un’immagine talmente pura e angelica che volle avvicinarsi per parlare con lei.

Le chiese mille volte scusa se aveva avuto l’ardire di parlarle senza che nessuno li avesse presentati, e non riuscì a credere alle sue orecchie quando lei, in totale onestà, gli confidò del suo mestiere e anche dei suoi sei bambini. Era però così tanta la sua gentilezza e la bellezza che il medico scorse nel suo animo, che le chiese di promettere che non si sarebbe data a nessuno finché lui non fosse tornato ancora a trovarla.

Lei promise, e come il dottore voltò le spalle, chiuse l’uscio di casa.

Invano bussarono alla sua porta, lei non aprì.

Solo quando riconobbe il passo di lui, gli andò incontro spalancandola.

Ora, il medico avrebbe voluto averla tutta per sé, ma lei gli rispose che avere un solo cliente non era diverso dall’averne 100, che c’era un unico modo perché lui potesse essere il solo ad averla, e che era semplice da capire.

Il medico andò via, poi ritornò, e ritornò, e ritornò ancora.

La sua piccola porta stretta era chiusa per tutti ma anche per lui.

Lei continuò a mantenere la promessa, sempre severa con se stessa, integerrima anche di fronte a grandi sacrifici nonostante avesse sei bocche da sfamare oltre la sua, e vedendo la sua determinazione e il suo coraggio, il medico non ebbe scampo e cominciò ad amarla.

Contro la sua famiglia, contro il senno e contro la malevolenza si decise a sposarla, e questo fece in un bel giorno d’estate.

Vissero felici per ben cinque mesi, con ogni grazia che il signore aveva messo ai loro piedi, ma al principio del quinto mese il dottore fu contagiato da un paziente si ammalò gravemente e morì.

La lasciò erede di un’immensa fortuna e  in attesa di un settimo figlio.

Lei sapeva che doveva proteggere quel figlio primogenito perché sarebbe stato lui il vero erede dei grandi possedimenti della famiglia di lui, avrebbe fatto di tutto per farsi voler bene e quando fosse nato li avrebbe assicurati che l’unica cosa da lei desiderata era che il figlio onorasse il nome di suo padre.

Ma dove ci sono grandi fortune, ci sono sempre grandi invidie e interessi biechi, e talmente grandi erano queste da metterle contro, oltre i parenti acquisiti da poco com’era naturale, anche i bramosi “padri” degli altri sei figli.

La casa dove era andata a vivere era così ricca e sfarzosa che tutti la invidiavano per quel che aveva senza pensare minimamente a lei e al suo dolore per quel che non aveva più.

Bussavano alla porta di quel palazzo in dieci in cento accampando diritti, e per tutti, tra la vergogna dei suoi nuovi parenti, lei aveva parole gentili ma ferme per rimandarli donde erano venuti giacché nessuno di essi sapeva di chi fosse padre.

I parenti però non potevano sopportare a lungo quel va e vieni di pretendenti tutori, così cominciarono a escogitare un modo per togliersela di mezzo, lei, e pure i suoi mocciosi.

Non le dovevano niente per la memoria del morto che sicuramente era stato vittima di un maleficio.

Con l’aiuto di giudici e gendarmi cominciarono a portarle via, a ragione del suo passato mestiere, prima uno poi due poi tre poi tutti i suoi bambini.

A tal punto il suo cuore era prostrato, che il Signore le portò via anche quello che ancora aveva in pancia.

Fu così che uscì di casa una mattina di primavera.

Camminava in silenzio e mentre guardava il mondo coi suoi grandi occhi chiari, color di foglia, scivolò nel fiume e la corrente la trascinò via.