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Sicuramente l’uovo!

Stamattina il mio sonno interrotto ha finito per riprendersi e mi ha dato la possibilità di ricordare – al secondo risveglio – il sogno sognato.

Legato sicuramente ai pensieri di ier sera, ai film, alle letture… ai recenti trascorsi.

Ho concepito – perché di concezione intuitiva in questo caso si tratta – un’idea sull’evoluzione dell’uomo, sulle scoperte dell’uomo, sul tempo occorrente per pensare e portare a compimento le idee dell’uomo.

Ho concluso che: “all’uomo non basta il tempo ma per l’uomo il tempo è troppo.”

Mi spiegherò meglio.

Come può l’uomo sopravvivere a se stesso?

Come può, se ciò che fa – quasi sempre – provoca distruzione, morte, abuso della bellezza fragile del pianeta in cui vive?

La risposta è che: “non può!

Non può farcela, semplicemente, è così.

E allora, che ne sarà dell’uomo?

E, soprattutto, a questo punto, che ne sarà del genere umano?

Ripartiamo da questo dilemma. Affrontiamo un punto focale del suo evolversi dalla preistoria ad oggi… guardiamo poi un po’ più in là.

All’uomo.

Le macchine che ha creato per fare meno fatica nel lavoro, quelle che ha creato per risolvere i calcoli più velocemente, quelle che creerà per penare al posto suo di fronte alle incombenze della vita, pian piano, ma inevitabilmente, lo sostituiranno.

Saranno loro, le macchine, a sopravvivergli in un ambiente ostile, le uniche che non risentiranno del freddo eccessivo, del caldo eccessivo, dei veleni eccessivi in un mondo malato e finito.

Saranno loro, organizzate e pensanti, a lasciare una Terra ormai desolata e a trovare un nuovo Eden da coltivare.

Saranno loro a spargere il seme.

E quando anche su di loro il tempo avrà avuto vittoria, ciò che è caduto sulla pietra resterà pietra ma ciò che è stato sparso sulla terra grassa e feconda ricomincerà a germogliare, a fiorire, a vivere, così che il cerchio di tutte le cose esistenti riprenderà il suo corso di esistenza e ricerca dal principio fino a nuovo termine.

Di quelle macchine non resterà memoria, poiché di nulla di scritto avranno bisogno se non di ciò che già è immagazzinato nella loro googolante memoria, di nulla di forgiato che col tempo non si trasformi e sperda se stesso nel vento potente spirante sul nuovo pianeta conquistato, di niente che ricordi chi erano e a cosa siano servite, di nessuna testimonianza che dica ai posteri che da loro è stato impiantato – una volta ancora – l’uovo del genere umano nel grembo della Terra.

***

Una volta eravamo marziani, domani lo saremo di nuovo.

Ogni leggenda, ogni mito, ci accompagna e ci sfugge.

Pochi riescono a leggere i segni, agli occhi dei più sono poveri pazzi.

La legge universale, così, ai comuni è nascosta, ma è chiaro che tra simili è d’uopo intendersi.

E infine dunque è così determinato: che a nascere – nel nuovo mondo così come nel vecchio – fu, è e sarà sicuramente l’uovo.

Fa corollario alla legge, chi dice che solo un pazzo può pensare di comprendere un altro pazzo, questo perché entrambi hanno deciso di non mettere un limite all’immaginazione, questa operazione di limite può farla solo una mente sana.

Ma è una mente sana quella che pensa di prevedere ogni aspetto e conseguenza di quel che crea o solamente un controllore malato?

Era malato colui che immaginò l’origine della specie?

Sarà malato colui che penserà di preservare la specie ponendo leggi e protocolli alle macchine affinché non comincino ad apprendere da se e non si ribellino al loro Dio costruttore, quando a un certo punto sarà incapace di comunicare con loro con la stessa chiarezza e velocità di pensiero?

Chi lo sa? Io – sanamente – oggi dico chissà?

Ma una cosa la do per certa:

L’Uomo

nato libero morirà libero

con la mente libera

e piena di sogni.

 

I consigli, miei cari, oggi sono per due letture:

La prima su in alto per chi vuole affrontarla:

L’esegesi – Philip K. Dick – Fanucci Editore

La seconda:

Astronavi sulla preistoria – Peter Kolosimo – Sugar edizioni

 

A volte ritorno!

Presto invecchierò.

Con letizia e giubilo si spera…

Cosa desiderare quindi per questa meta significante?

Io direi qualcosa di semplice: tempo.

Che venga bello o brutto poco importa, sarà comunque interessante viverlo.

E perché no, condividerne un po’ con gli altri.

Per questo ho deciso di farmi un regalo: tornerò su facebook, venitemi a cercare!

Ed eccediamo pure in punti esclamativi!!!

See you soon…

 

 

 

P. S.  Se si potesse rinascere,  vorrei essere mosca per curiosare tra i pettegolezzi altrui….

ma conoscendo l’animo unano, con la lingua al vento troppo esposta, tra chi pasce calunnia,  virus a strascico trascinerei,  perciò….

lasciami andare (lascia) scetti…  che meglio è.

 

A lei la mossa sor grillo….

Ah, sì, che sbadato…

Grilletto avanza… in marcia!

P.P.S. Al fin della tenzone,

Vi l’ovo.

 

E ora andate via

voglio restare solo…

Che forse c’e da giocar di pennacchio.

Iiiiiii…  che fatica bambni la vita!

Ciao…  a presto.

Credere… o non credere.

È  decisamente un problema!

Dalla sassaiola scansai grazie a quel tale

che tra una riga e l’altra, nella polvere,

con aria distratta  a lor si oppose e li distrusse. Leggere,

scrivere…  qual di più? Proporre così

con un foglio che si possa metter fine

alla triste farsa che il cuore ingiuria,

vecchia di già da anni!

Chiamarlo con un Ehi, signore,

di la che passi.  Leggere, scrivere;

parlare,  skypare forse… Forse;  e qui

mi scaglio: che sopravviene

il racconto della morte senza aver dato

proprio nulla in cambio,  ecco l’ostacolo

che trattiene il desiderio e che induce

l’intelletto ad indugiare ancora. A chi starebbe

un abito malfatto ed un cappello

stretto, un lavoro pressante,

l’amor proprio claudicante, e strali

di gelosia confusa e dubbi normativi,

saccenza letteraria e derisione

ghiotta sull’ingenuo scribacchiare,

chi ci starebbe mai se già sapesse

come recidere il patto criminale?

Chi vorrebbe spendere ore a pensare

che ho fatto, sotto il giogo della paranoia,

se non fosse per lui allegria

e diletto, giacché essi ignorano dice

ciò ch’io conosco perchè ci sono stato?

La viltà, così, fa tutti geni,

così  la gioia di un’ispirazione

al grigiore di una burla si corrompe

e le idee più argute e che più rendono

s’intanano, perdono il loro puro

slancio. Ma taci grillo! Lo strappo

e assai vicino.  - Possiate voi,

Vati, perdonare

la mia sintassi.

 

 

 

 

 

 

 

Ars memoriae

La mia isola è composta di dieci parti.

Ogni parte è divisa in tre stanze.

Ogni stanza è  un luogo magico e mirabile.

Dal lato esterno della prima stanza a sinistra al lato interno della prima stanza a sinistra conto cento passi.

Dal lato superiore della prima stanza a sinistra al lato inferiore della prima stanza a sinistra conto venti passi.

La prima stanza a sinistra è  la stanza numero 1 della  Parte 1 delle dieci parti.

Da lato esterno della prima stanza a destra al lato interno della prima stanza a destra conto cento passi.

Dal lato superiore della prima stanza a destra al lato inferiore della prima stanza a destra conto venti passi.

La prima stanza a destra è  la stanza numero 3 della Parte 1 delle dieci parti.

Dal lato sinistro della prima stanza di mezzo al lato destro della prima stanza di mezzo conto cento passi.

Dal lato superiore della prima stanza di mezzo al lato inferiore della prima stanza di mezzo conto venti passi.

La prima stanza di mezzo è  la stanza numero 2 della Parte 1 delle dieci parti.

Le parti  si susseguono da sinistra a destra per tre di cento in cento e scendono per nove volte di venti in venti secondo questa numerazione: 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 9 – 10 – 11 – 13 – 14 – 15 – 16 – 17 – 18 – 19 – 21 -22 – 23 – 24 – 25 – 26 – 27 – 28 – 29 – 30.

Dal lato sinistro della stanza numero 7 al lato destro della stanza numero 10 conto trecento passi.

Dal lato inferiore delle stanze 4 5 e 6 al lato superiore delle stanze 15 16 e 17 conto quaranta passi.

Le stanze 8 12 e 20 misurano anch’esse in lunghezza 100 passi in altezza 20 passi ma non occupano spazio.

Le stanze 8 12 e 20 formano la decima parte di cui io sola conosco il luogo preciso.

La stanza numero 20 è  il tempio che tutto contiene in potenza.

La stanza numero 12 ha una porta per ogni unitá, ogni porta ha un sigillo: non la trova chi non abbia la chiave per ognuna di esse,  solo raccogliendo tutte le dodici chiavi si possono rompere tutti i sigilli.

La stanza numero 8 è  quella che ogni cosa disvela.

La stanza numero 8 e la stanza numero 12 sono la sede di ogni sapienza, ma si va per una solo passando per l’altra.

Tra le stanze numero 8 e 12 e la stanza numero 20 vi è  un salto di venti passi più venti passi e venti passi più  quaranta passi.

Tutto ciò,  rappresentabile graficamente,  forma uno schema infallibile per riporre ogni memoria in qualunque tempo e una chiave sicura per ritornare certamente a trovarla con passo sicuro.

Dato un nome ad ogni stanza, datogli pure un colore,  fissata la mappa e il percorso,  nulla di ciò  che vi si conserva può  andar perduto né  mischiarsi a caso.

Non la memoria è  limitata,  ma solo la nostra capacità  di tenerla in ordine.

La mia stanza numero 1 si chiama alef è agitata come il mare in tempesta, azzurra come il cielo appena dopo il tramonto e ha il sapore dei mirtilli maturi.

Il proponimento:

Imparare.

Il metodo:

Esercitarsi con costanza e impegno.

Il risultato:

Riuscire a ricordare a memoria anche un numero di trenta cifre in avanti all’indietro e pure a salti se vi va.

Provare per credere.

Come fare?

Inventatevi un’ isola che per voi abbia un senso (la vostra casa, il vostro paese,  il vostro corpo ecc.), costruitevi sopra una mappa di stanze (o forme,  o figure,  o simboli), imparatela a memoria,  costruite il vostro itinerario battezzando le stanze in un ordine preciso,  ficcate in ogni stanza ció  che volete ricordare rappresentandolo con oggetti o associazioni mentali per voi significanti,  e state certi che vi basterà fare una passeggiata tra le vostre stanze per ritrovare tutto quello che avete custodito al loro interno.

Naturalmente i ringraziamenti sono d’obbligo…

Oggi vanno all’impareggiabile Giordano Bruno ed al suo

De umbris idearum

 

 

 

 

 

 

 

S’i fossi foco…

Se fossi piccola quanto un seme di papavero

vorrei essere trascinata dal vento fin dove mi volesse portare

Se fossi un gatto vorrei avere zanne feroci di tigre

per combattere e vincere contro ogni cane del quartiere

Se fossi un inchiostro vorrei servire da clorofilla alle piante

per fare giardini e boschi e foreste di ogni colore

Se fossi un pezzo di pane vorrei darmi a un lattante

essere desiderato solo per il piacere senza il tormento della fame

Se fossi una data vorrei essere il tredici di agosto

perché  é  quello il giorno in cui cadono più stelle

Se fossi un  peccato sarei la gola ..

perché è discreta e prima o poi tutti ci cascano

Se fossi un gigante attraverserei l’Oceano con due passi

Sarei il colosso tra Gibilterra e New York e farei da ponte per tutti quelli che sognano l’America

Se fossi il tempo sarei moto perpetuo e girerei in eterno per confondere le idee

Se fossi luce come é vero sono

Avrei trovato il modo per aspettar me stessa

 

Alcuni anni nella tana del Bianconiglio sono sufficienti a confondere le idee,  certo,  ogni tanto la mente si affaccia sull’orlo del pozzo, una luce vivida mostra la pianura erbosa al di fuori e il cespuglio alto dietro cui si nasconde l’imboccatura.

Tutti hanno la possibilità  di caderci dentro almeno una volta nella vita,  ma c’è  ogni tanto qualcuno che ci si trova così  bene da volercisi attardare.  Sono tante le cose nascoste al suo interno,  si mostrano pian piano come i cavallini di una giostra e si confondono in un vortice come i colori di una girandola variopinta.

Nel mio pozzo l’isola è al centro ma il cuore sta nel mare che la circonda.

Il mare è profondo,  non puó  essere che così  per contenere la mia anima.

Lei è  una pellegrina,  una viandante,  una nomade del deserto che conosce ogni oasi da cui trarre acqua e sostentamento.  Sa di essere venuta sola e che sola andrà  via,  non ricorda più quando e cosa scelse di trovare nel suo viaggio,  ma di sicuro lo aveva meditato fin nei minimi particolari.

Il pozzo è  il passaggio da un mondo a un altro,  é  un tunnel spazio-temporale durante il cui attraversamento occorre afferrare tutto ció  che è  necessario per viver bene dove si andrà  a sbucare.  Per lui si va in circolo, da nascita a rinascita, all’infinito,  alcuni la chiamano reincarnazione ma è  piuttosto smaterializzazione e materializzazione.

Sì,  perché la vita non é altro che una lunga scuola in cui noi siamo prima figli, poi padri di noi stessi, finchè  tutto non abbiamo appreso.

Siamo qui per una ragione molto speciale: veniamo al mondo per rendere vera e tangibile la materia,  é  il nostro pensiero che la plasma.

Tutto é possibile se solo sappiamo immaginarlo.

Il primo apprendimento consiste nell’eliminare i concetti di confine,  limite, finito, assoluto,  vero.

Poi imparare alcuni assiomi.

A non è  meglio  di B.

B non è  meglio di A.

A e B possono coesistere,  non esistere, insistere nello stesso tempo e nello stesso luogo…  come?

Dipende da quanta e quale fantasia ci si mette.

Avete notato mai come si sta quando si è  di fronte a un bel paesaggio,  o a un tramonto?

Tutto sembra perfetto limpido e pulito,  la gioia che proviamo nel guardarlo lo rende ancor più  bello e ogni sensazione positiva che ci dona fa da moltiplicatore alla sua bellezza, se poi condividiamo questa gioia con gli altri diventa pressoché indimenticabile,  immortale, come un quadro da tramandare nei secoli.

Queste sono le opere di quanti riescono a sognare anche i colori che ancora non esistono,  bisogna avere la fantasia sempre accesa,  esser capaci di guardare il cielo col naso all’aria aspettando che esplodano come fuochi d’artificio.

Ma ci sono menti che vengono al pozzo per inquinarne l’acqua.

Ci buttano dentro i loro fantasmi,  i loro mostri,  la loro sete malata di rivalsa contro un mondo che si è  rivelato diverso da quello che avrebbero voluto.  Non sono capaci di sognare i colori e vogliono tornare nel pozzo senza aver imparato niente.

La cosa triste però  é  che non si accontentano di tornar da soli.

Convinti di far piacere a Dio, devono trascinarci anzitempo anche chi ancora non ha finito di sognare,  qualcuno che avrebbe potuto donarci chessoio, un ascensore per la cima di una cascata, un manuale per il teletrasporto,  un gancio nuvolare a cui tenersi per camminare sull’arcobaleno…

Chi può  dire fin dove ci spinge il nostro genio visionario e un pó  folle?

Sono loro gli angeli caduti, quelli cacciati, che non hanno ancora capito come farvi rientro dalla giusta porta.  Sono i loro sogni malpensati che riempiono il mondo di tragedie senza senso. E finché  faranno questo troveranno sempre chiuso.

Se tutti occupassimo ogni istante del nostro tempo ad esercitarci nell’arte di sognare la gentilezza la bellezza l’abbondanza la pace non sarebbe banale né  noioso nè  troppo monotono il mondo che troveremmo  alla prossima uscita dal pozzo,  solo un mondo in cui quasi non esistono elementi che si generano nutrendosi solo di dolore.

Già  lo dissi,  mi ripeto,  c’è una sola medicina,  si chiama “bonheur”

… @nche Cecco dopo tanta ira concluse in pace tra le risa.

Nessuno ci cambi. 

 

la chiocciolina é venuta da sè per colpa del touch quindi ce la lascio…

il mio grazie oggi va a Cecco…  Angiolieri e chi se no

Una colonia di una certa rilevanza…

A volte si sentono cose che fanno sorridere anche quando si pensa di non averne voglia…

E più si ascolta la notizia, più ciò che dovrebbe far indignare produce un’ilarità benefica e benedetta, so ancora ridere dopotutto!

Dalle mie parti si dice “ridere dei carri rovesciati” ma pur sempre ridere è.

Che cosa ha provocato tanta nequizia – che tradotto sarebbe malvagia perversità d’animo – faccio immediatamente mea culpa per il momento contingente della mia vita in cui sarebbe opportuno astenermi, ma non posso amici miei, non posso proprio.

Vi conto dell’origine della questione:

Tiziolino, Caietto e Semproncino facevano quel che da tempo immemore fanno i pupetti delle periferie metropolitane, ossia divertirsi con quel che passa il convento, che il convento in questione non è sempre Central Park o Mayfair o Villa Montmorency, per rifarci all’esotico stranger in the night che fa più figo, si sa, epperò…

Quindi TC&S giocavano come si conviene alla loro spensierata età, e lo facevano con i mezzi

epperfortunapperòcheilcellulareceloabbiamo! -

che grazie al cielo avevano a disposizione, ponendo – ignari della rilevanza del loro reportage – alla berlina il Sig. Chi Quanti e Quali avrebbe dovuto provvedere da tempo immemore e non lo fece.

Si sa quindi erripetiamoci si sa, città che vai ratto che trovi, ma che dire dei pasciuti sorcioni (e non teneriZeroamantisorciniromanideroma) perfettamente in carne, di pelliccia folta e lucente che zompettano felici spuntando da ogni dove LA’ddove e perfettamente normale che si trovino date le dogliantissime condizioni in cui versa il sito in parola?

Certo esser topo e passeggiare attorno a un cassonetto (sebbene tra la spazzatura ammicchi oddiocheorrore! persino il marchio GUCCI – che si potrà forse richiedere un danno d’immagine? – o magari CUCCI visto dove stava, sarebbe più comodo no?) uno pensa mica di esser ripreso e diventare il GOSSIP della giornata, eddicoio mica sempre e solo Belen!

Io me ne stavo per i fatti miei a procurar la pagnotta con tutti i miei familiari, e una truppa di scalmanatelli è venuta a disturbare il nostro quotidiano e certosino lavoro così… per gioco, per divertimento!

Pensa tu la fortuna!

Finalmente abbiamo l’attenzione che meritiamo!

L’ha riconosciuto persino Fortini – Fortini chi? mi dice nonna topa che lei si sa di questi VIPe nun za niente…

A nò… le ho detto – Fortini quello dell’AMA

Che????? Fa nonna che un po’ sorda è, e ce ‘sta, vista l’età che tiene – Chi ‘ciAMAANNNOI????

Nonna NO, nun è che CIAMA ma.. a pensacce bene… ‘npò sì dai… sachehaddettto?

e che ha detto? fa mi nonna…

Che semo… ti dico papale papale: “Una colonia di ratti di una certa rilevanza…

E finalmente aNò, se ne sò accorti!!!!!

Mò, quando vengono per le interviste, me so già preparato – tanto parlo io che curo le pubbblic relescionnn – sa nò che ie dico:

“Grazie di esservi accorti della nostra rilevante presenza, del resto. come ha detto anche Papa Francesco, anche noi siamo il Prossimo – e mica c’è bisogno che ci scappi sempre il morto per star lì a ricordarlo? – ed è giusto che abbiamo il nostro spazio suimassssmedia, ratti del nostro stampo non se ne vedevano da che Nerone appiccò fuoco all’urbe, abbiamo proliferato indisturbati e indisturbati abbiamo dato vita ad un polo industriale connesso ed integrato, la nostra raccolta differenziata a chilometro zero è ciò che di più avveniristico si possa trovare sul mercato internazionale, la filiera corta passante per il nostro tratto digerente è il più efficace – senza tema di ulteriore efficientamento amministrativo di sorta – metodo di riciclo oggigiorno progettabile.

E’ ora che si scriva a caratteri cubitali su ogni testata – o ogni testa fate voi – la “RATCORPORETIOUNLIMITED.SorcPublicAdministration” è la multinazionale che ha prodotto negli ultimi cinquantanni gli utili più alti che si siano mai registrati nell’UniversoCreato, la politica innovativa del “TUTTO DEVE CAMBIARE PERCHE’ NULLA CAMBI” ha fatto sì che la nostra economia emergente sprizzi energia da tutti i pori, cavi sangue dalle rape, prenda piccioni con poche fave e faccia nozze da nababbo coi fichi secchi e ci permetta di dire a gran voce  GATTO pure se non ce sta ner sacco, che qui neanche i gatti ce stanno pe pigliacce!”

 

ONORI A TC&S#taggapurammé

vi invito a copiare e guardare

https://www.youtube.com/watch?v=xtipyig9s0g

da cui traggo testuali parole (minuto 2.10):

“Una volta sentii risuonare le risate dei bambini

e piansi a calde lacrime per gli alberi perduti

lasciate che i bambini vengano  tra gli alberi e io ridarò loro la speranza egli disse

ma non ci sono più alberi per questi poveri bambini smarriti

il marciume è il loro balocco

degradarsi è il loro gioco

non hanno che i rifiuti da scalare.”

 

Dal Film “Green Card” di Peter  Weir del 1990

con Gerard Depardieu e Andie MacDowell

aspèregàcheccestàervideo….

https://www.youtube.com/watch?v=Blt_vM1yPhA    

mettilo sufeisbucetàggame… e taggapurammmè

Ma anche piove…

Oggi mi sono svegliata molto presto col rumore della pioggia.

Ho aperto gli occhi su una luce caliginosa e con lo sguardo volto verso le tende scroscianti dal tetto sul mio balcone, mi sono detta:

“Bene, buongiorno… oggi è un bel tempo per scrivere e studiare!

Qui non fa tanto freddo neanche col temporale. Ho scostato le lenzuola, sono scesa dal letto e ho lasciato cadere a terra il solo indumento che uso per dormire la notte (sceglietelo a piacere, ve ne do facoltà), precipitandomi sulla terrazza per una doccia non programmata.

L’acqua cade forte, grosse gocce si infrangono sulla mia pelle ancora assonnata, è così bello sollevare il viso ad occhi chiusi e sentire, semplicemente sentire, con ogni minuscola particella del mio corpo.

Sento di essere una cosa sola con l’acqua, con la mia casa, con l’isola e il mare che la circonda.

Non so quanto tempo sono rimasta così sotto il massaggio meraviglioso e salubre del temporale.

Adoro il fragore dei tuoni e i fulmini non mi fanno paura, anche se quando faccio la doccia in questo modo, sono come un albero altissimo e frondoso e tutto ciò che sta sotto i miei piedi, avendolo costruito io stessa, non fa altro che sostenermi in questo stato come un grosso apparato radicale, altrettanto profondo, altrettanto ramificato.

COSI SOPRA COME SOTTO… recita il mio adagio preferito!

Il sole non ha intenzione di venirmi ad asciugare, perciò torno in camera e lo faccio molto più banalmente con un enorme telo di spugna spessa (e bianca… ma che ve lo dico a fare).

Il mio armadio non ha ante, è ricavato in uno spicchio della stanza (e circolare vi ricordate?), sembra una fetta di torta con infiniti strati multicolori, per gusti delicati e per gusti forti, esattamente come me, io sono di tutto un po’.

I ripiani sono fatti di belle tavole levigate con cura (non sia mai che un’asperità rovini le mie cose), lì tengo in bell’ordine (quale? ma quale se non il preciso ordine cromatico dell’arcobaleno) la biancheria, le maglie e tutto ciò che non sgualcisce, le canne di bambù invece, fanno da supporto per i vestiti che devo tenere appesi, ci tengo che siano ben stirati, amo essere elegante, e bella (così dentro come fuori – faccio il verso al mio adagio…).

Per chi?

Per me stessa, per i tramonti, per il mare, e per le stelle che mi vedranno.

Ci sono mille occhi qui!

E voi avete pensato invece che io fossi sola.

No, non è così, l’Universo mi guarda.

Oggi, con la mia solita civetteria, ho scelto di mettere un paio di comodi pantaloni in cotone leggero, celeste polvere come il colore che il cielo ha assunto in questo preciso istante. Ci abbino una maglia color panna, morbida e a maniche lunghe. Sul davanti della maglia qualche tempo fa ho dipinto una sottile ghirlanda di fiori con l’inchiostro ricavato dal mallo delle noci. e nel centro della ghirlanda

(che sembra quasi una corona funebre, lo devo dire)

ho scritto  BONHEUR  che in francese significa “Felicità…”

perché quella è l’unica che scaccia via il dolore, l’insensatezza, l’atrocità umana a volte… non si può nuocere se si è felici, quando si è felici c’è spazio solo per la gioia…

Nel farlo ho ricopiato la decorazione della mia tazza da tè preferita, anche se lì la ghirlanda ha la forma di un cuore, ma non c’era cuore che volessi dipingere…

Quindi mi son vestita così in onore di questa giornata di pioggia, preparerò il tè – che preferisco al caffè quando il tempo è questo – e lo sorseggerò pian piano sulla mia terrazza.

E’ tutto perfetto adesso: il vapore che sale in volute arzigogolate, il leggero aroma del limone che invade le mie narici sensibili, la mia poltrona coi suoi comodi cuscini, il cardigan bianco – il mio segno di lutto da intonare alla ghirlanda funebre – che oggi è più affettuoso che mai con i suoi abbracci.

Appoggio sulle ginocchia il mio manuale di meccanica quantistica – un po’ di studio per distrarsi va sempre bene… sul tavolino una penna blu – la scolorina bianca – e una penna rossa, e un barattolo con più di un centinaio di matite perfettamente appuntite.

Poi come per un ripensamento mi alzo e scendo giù nella mia biblioteca dove tengo anche la mia preziosa cancelleria.

Torno su e poso sul tavolino, accanto alle altre, anche una penna verde… e un altro barattolo, con non so quante – ma sono tante – altre matite altrettanto appuntite.

Allora, dov’ero arrivata? ah, sì…

Pag. 105, Capitolo 4, Paragrafo 7

L’equazione di Schrödinger …

 

https://www.youtube.com/watch?v=0T7eMctuJLQ

Sorrisolante (o anche: storiella minima)

C’era una volta in un paesino piccolo piccolo

un bimbo grassoccio e paffuto come una ciambella venuta proprio bene.

Tutti i suoi compagni lo prendevano in giro per questa sua perfetta rotondità, e a lui davano la colpa di ogni loro marachella.

Lui, con dolcezza, si difendeva dalle false accuse, e forte della sua innocenza, andava tranquillo dritto per la sua strada senza preoccuparsi delle frecciatine piene di cattiveria.

Sorrideva a tutti, rispondendo che sì, lui era tondo tondo e per questo portava una maglietta di un colore diverso ogni giorno della settimana, perché la glassa sulla sua ciambella “hi hi hi,” aggiungeva anche, si abbinava perfettamente al suo umore che, a differenza del loro, era sempre gaio e contento.

Contento del sole

contento del vento

contento del bello

e contento del brutto

mentre loro, stavano sempre ad accapigliarsi per ogni quisquilia,  e siccome non erano mai soddisfatti di niente ne combinavano, loro sì, una più grossa ogni giorno!

Certo, nel dire tutte queste cose, non è che il bimbo grassoccio e paffuto si rendesse più simpatico ai loro occhi, anzi, le sue parole, a differenza del suo aspetto tondo tondo, erano così spigolose che essi, sentendosi punti nel vivo, ricorsero ai mezzi pesanti rivolgendosi ai protettori di tutti i bambini magri  e spillosi:  i genitori dei bambini magri e spillosi.

Questi – convinti della bontà dei loro piccoli pupilli spilli – non potevano certo credere che le parole garrule del bimbo grassoccio e paffuto potessero essere solo una risposta alle feroci prese in giro ricevute e alle accuse gratuite subite.

Era inutile che lui dicesse che no, non poteva essere stato lui a rubare le mele, perché era lunedì, e il lunedì portava la maglietta verde mentre il ladruncolo la portava rossa; non poteva essere stato lui a rompere il vetro, perché era stato rotto di venerdì e il venerdì era il giorno dell’azzurro mentre il teppistello ce l’aveva verde, e così via ogni giorno, loro ne combinavano di tutti i colori e lui aveva solo una maglietta di un colore diverso per scusa…

Perciò tutti i genitori, di gran carriera, corsero a denunciare i danni che il bimbo grassoccio e paffuto giurava di non aver fatto, mentre i bimbi magri e spillosi, sicuri della loro protezione, ancor più insistentemente prendevano ad angariarlo.

Tanto fecero e tanto dissero, che pian piano, nonostante il suo inossidabile buon umore, il bambino grassoccio e paffuto perse prima il paffuto, e poi anche il grassoccio, ma rifiutandosi di diventare anche lui un bambino magro e spilloso, pregò il cielo e anche le nuvole che lo aiutassero a dimostrare a tutti che lui no, lui certe cose non le faceva!

Il cielo e le nuvole lo sentirono, o forse fu solo il solito uccellino che non si fa mai i fatti suoi che lo chiamò, ma accadde che proprio mentre i bambini magri e spillosi ne combinavano una delle loro, passasse di lì il sorrisolante che, finalmente, li colse in flagrante!


La morale signori miei è presto fatta

ciò che non crede il cuore va fatto credere agli occhi

poi va ripristinato l’ordine e sistemato il conto…

Dedicato a tutti i genitori di piccole pesti

Invisibile… come una nuova città

- Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: – Viaggi per ritrovare il tuo futuro?

E la risposta di Marco: – L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

Le città invisibili – Italo Calvino

 

Pepa cammina per strada guardando i suoi piedi che non le restituiscono lo sguardo.

E’ immaginaria Pepa.

Esiste in un cerchio che i bambini hanno costruito con una canna per innaffiare. L’hanno rubata, la canna, e ne hanno fatto un gioco.

Pepa è stata raccolta mentre il cerchio girava.

Sa già che non avrà un futuro diverso – dovrebbe rompersi il cerchio – e quello, sembra ben saldo.

Deve vedere il mondo ora a testa in su, ora a testa in giù – sta appiccicata al cerchio Pepa, e non può fuggire – come quasi tutte le città, del resto, in questo non è differente.

Ogni tanto si allunga, come una gomma da masticare che si scioglie al sole, allora guarda il resto di quel mondo, tondo, ma non perfetto, perché è una ciambella a cui è venuto male il buco.

Poi torna a seccarsi, non vede più niente Pepa, neanche i suoi piedi.

Pepa, di sicuro, è una città infelice.

Ha sbagliato troppo, non ha mai imparato a fare bene i conti.

Se le fossero sembrate semplici le tabelline, come l’abici, sarebbe una megalopoli Pepa.

Ma anche con l’abici non è poi un granché, giacché parla bene solo in solitudine, o in presenza di viaggiatori, ma lì non ne arrivano mai; le capitano solo di quelli che tali non sono – turisti chiassosi pensa Pepa – e con loro s’ impiccia, si schianta, s’intruglia – senza più mura, senza più ponti, liquida, scivola scivola scivola… dentro al fossato.

Gira il cerchio, gira, se fa caldo, Pepa si scoglia, e se fa freddo, gela.

E sempre lì sta Pepa, ferma sul cerchio che gira.

In una notte fredda, sono venuti in cinque – viaggiatori veri – passata l’acqua, l’hanno trovata senza difesa alcuna, bianca, come un morto, che li aspettava.

- Anche voi sul cerchio? – chiede Pepa ai viaggiatori – per andare o per tornare?

- Che differenza farebbe? – chiedono i cinque viaggiatori.

- Una grande differenza – dice Pepa – Occorre decidere: per andare, a destra, per tornare, a sinistra.

- Io, a destra – dice Tocco’tì.

- Anch’io a destra – dice Vedo’mì.

- E pur’io – dice Odo’sì.

- Magari io – dice Mange’dì

Pepa ascolta, il cerchio gira, aspetta ancora…

- Io, a sinistra, sì e sì – dice per ultimo Naso’nì.

 

 

 

 

 

Ragionamenti del Signor Cavalier Grilletto poco pittore e molto architetto.

Se si scrive tanto per scrivere, molto meglio non scrivere affatto… ma tant’è, oggi mi va!

La Terra gira, gira, ha girato su se stessa indipendentemente dal fatto che il qui scrivente grilletto salterino stesse immobile sul primo virgulto primaverile ad aspettare che il tempo volgesse al meglio.

Era immobile, il Tempo, pare – o per lo meno, così dicono – fermo sul preciso orario di quasi sette mesi fa.

Il pendolo, improvvisamente ha mollato gli ormeggi, si è staccato dal niente a cui era incollato, e ha ripreso il suo moto oscillatorio – tic, tac, tic, tac – e mica è facile tornare a quel dondolio senza farsi venire il conseguente mal di mare…

Ma il grillo non soffre – né ha mai sofferto – il mal di mare, che sia tempesta o uragano, o un molleggiar prudente dell’Onda, il grillo non si scompone, no, non affonda!

Stava in guardia ad osservare, appeso al pendolo a controllare,

ad aspettar il momento giusto,

propizio,

di ogni buon auspicio sinceramente dovizio(so)

- che questo “so” troncar voglio o la rima qui finirà su scoglio -

ed è  appunto questo, per NOI da evitare,

per non cadere in un buco bello tondo,

ché da “schettini” non dobbiam pensare,

e lo dimostreremo a mezzo mondo,

dicendo: ”NOI, NOI sì, speriamo in bene”

perché sappiam condurre, come si conviene

- e senza fallo -

la nave in mezzo al mare.

 

E così, attenti attori e musicanti, compagni, amici, conoscenti e simpatizzanti:

lo spettacolo è appena cominciato,

ma prima che il sipario sia calato,

ricordate bene…

da NOI sarà votato!

 

E tranquilli…

se il senno AVREMO usato

- a un porto futuro più prospero e sereno -

di là d’ogni bieco dubbio

avremo attraccato.

 

Grazie al Signor Cavalier Vasari per il titolato suggerimento.