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Credere… o non credere.

È  decisamente un problema!

Dalla sassaiola scansai grazie a quel tale

che tra una riga e l’altra, nella polvere,

con aria distratta  a lor si oppose e li distrusse. Leggere,

scrivere…  qual di più? Proporre così

con un foglio che si possa metter fine

alla triste farsa che il cuore ingiuria,

vecchia di già da anni!

Chiamarlo con un Ehi, signore,

di la che passi.  Leggere, scrivere;

parlare,  skypare forse… Forse;  e qui

mi scaglio: che sopravviene

il racconto della morte senza aver dato

proprio nulla in cambio,  ecco l’ostacolo

che trattiene il desiderio e che induce

l’intelletto ad indugiare ancora. A chi starebbe

un abito malfatto ed un cappello

stretto, un lavoro pressante,

l’amor proprio claudicante, e strali

di gelosia confusa e dubbi normativi,

saccenza letteraria e derisione

ghiotta sull’ingenuo scribacchiare,

chi ci starebbe mai se già sapesse

come recidere il patto criminale?

Chi vorrebbe spendere ore a pensare

che ho fatto, sotto il giogo della paranoia,

se non fosse per lui allegria

e diletto, giacché essi ignorano dice

ciò ch’io conosco perchè ci sono stato?

La viltà, così, fa tutti geni,

così  la gioia di un’ispirazione

al grigiore di una burla si corrompe

e le idee più argute e che più rendono

s’intanano, perdono il loro puro

slancio. Ma taci grillo! Lo strappo

e assai vicino.  - Possiate voi,

Vati, perdonare

la mia sintassi.

 

 

 

 

 

 

 

Irraggiungibili.

Era da tempo immemorabile che la aspettava.  Stava seduto coi piedi nella risacca e contava i granelli di sabbia.

C’era chi diceva che era impossibile farlo,  che era un’impresa fallita in partenza, come quella altrettanto bislacca di svuotare il mare con un cucchiaino.

Lui non si preoccupava tanto,  non aveva fretta, o almeno, non intendeva scoraggiarsi,  ci avrebbe messo tutto il tempo necessario ma alla fine ne sarebbe venuto a capo.

Quello che gli importava tanto,  non era conoscere il numero dei granelli, quello che gli importava era ingannare il tempo.

“E bravo somaro!” lo apostofò un vecchio giunto sulla spiaggia.

“Perchè  mi offendi?” chiese lui.

“Perchè ancora non hai capito che il tempo non si inganna! È come ingannar se stessi, inutile quanto impossibile.”

“È  solo un modo per farlo passare più in fretta intanto che aspetto.”

Il vecchio scoppiò in una risata divertita, “Allora tu sei più  grullo ancora di quella dall’altra parte.”

“Perchè  chi c’è dall’altra parte e che fa?”

“Ci sta una che vuole svuotare il mare con un cucchiaino, così, dice, sarà più vicina a quel che sta cercando…  grulla anche lei!”

“E tu, vecchio saccente,  cosa faresti al nostro posto? ”

Il vecchio guardò a lungo il mare, dal suo sguardo si capiva che ne aveva un profondo rispetto, quasi fosse una cosa viva, infine disse: “Contato un granello di sabbia,  si sono contati tutti, perchè in tutti c’è ognuno e in ognuno tutti, smetti perciò di contare e vai tu incontro a quel che aspetti.”

“Non posso.” rispose lui.

“Perchè?” chiese il vecchio.

“Perchè c’è di mezzo il mare.”

“Ah,  ah, ah…” eruppe di nuovo il vecchio nella sua fragorosa risata.

“Perchè  ridi adesso?” gli chiese.

“Anche in ogni goccia c’è  tutto il mare e il mare è in ogni goccia, in un cucchiaino ce ne stanno troppe, e così, non si svuoterà mai. ”

 

Il consiglio per oggi è:

Tutto è  uno – Michael Talbot 

Polvere di fata

Stanotte il mare ha portato nuovi tesori.

Mi sono svegliata prima dell’alba.  Tutto era buio,  come solo in un’isola deserta puó  essere.  Ancora qualche stella accendeva lumini in cielo,  la luna era pallida,  giusto una falce sottile a rischiarare il cammino.

Ho preso tutto l’occorrente per pescare,  canne,  lenza,  ami,  vermi,  insetti,  pane e formaggio. I pesci bisogna allettarli con prelibatezze e leccornie,  coreani,  americani,  bibi,  veronese,  arenicola…

Io poi sono ingorda, pesco sino allo sfinimento, e quando ho riempito il mio cesto di saraghi,  spigole,  scorfani e sparlotte, prendo la mia barca e remo fin quasi al tramonto per arrivare all’isola dirimpettaia…  ho anch’io dei vicini!

Nell’isola amica vivono solo bambini,  loro la chiamano isola che non c’è, ma vi assicuro che c’è  ed è  alquanto rumorosa. Ho una cara amica laggiù,  si chiama Trilly,  abbiamo molte cose in comune, sicuramente la passione per il volo,  non manca mai di regalarmi un pó  di polvere di fata ogni volta che porto qualcosa ai bambini. Generalmente vado lá  quando Peter non c’è,  lui é il capo dei bambini sperduti ma a me non piace granché: è  un irresponsabile e a me gli irresponsabili non piacciono.  Ma in fondo è anche lui un bambino,  e non manco mai di lasciargli due o tre storie (che lui adora quanto il pane con lo zucchero),  qualcuno dei miei barattoli di marmellata e le caramelle.

Ho ecceduto con la dose questa volta,  ho chiesto a Trilly di convincerlo a portarmi con se dagli indiani,  ho sentito di una vecchia leggenda che mi andrebbe di discutere col capo.

Nell’ultima bottiglia trascinata dalla risacca c’era  una pergamena ancora leggibile,  parlava del segreto di un bufalo la cui pelliccia d’oro copriva il tetto della capanna di un potente sciamano il quale sapeva leggere il futuro nelle stelle,  il suo nome era Uomo,  solo questo è abbastanza curioso,  la pergamena diceva che bisognava andare “la dove non è” per trovarne le tracce,  e quale posto migliore dell’isola che non c’è per trovare il “la dove non è…”

così ho pensato di smussare gli angoli al mio rapporto con Peter per provare a scoprire qualcosa di più .

Lo so,  lo so,  non è molto corretto usare le persone per i propri scopi, ma in fondo Peter ama le avventure e poi,  dite la verità,  non l’avete giudicato sempre un pò gradasso anche voi?

In attesa che torni dalle sue scorribande e Trilly faccia la sua parte…  faccio scivolare sulla mia barchetta un pò  di polvere magica e salutando i bimbi sperduti con le mani,  volo via tra falce di luna e stelle verso casa.

 

 

 

 

Prima è meglio!

Silvestro aveva appena toccato terra che già si rialzava spolverando pantaloni e maglietta.

Sollevò lo sguardo in su, verso il balcone del nono piano, però – si disse – mica male per un principiante!

A dire il vero si sentiva un po’ rintronato ma non dolorante, ormai lo sapeva: niente dolore da quelle parti.

Spostò lo sguardo verso il basso osservando i suoi poveri resti piegati, qualche osso spuntava qua e là come a voler dire – accidenti, sta più attento, prova in piscina magari, l’effetto è uguale se cadi di piatto, ma di sicuro preservi l’involucro…

Silvestro, in fondo, ci ragionava su questa cosa, e quell’idea improvvisa delle ossa, non gli sembrava affatto male, in piscina non ci aveva ancora provato.

C’è qualcosa che mi sfugge – ripeteva – le ho già tentate tutte, ma continuo a trovarmi immancabilmente qui, in questo limbo: non si va avanti, non si torna indietro. Mentre andava così ragionando, continuava ad osservare indifferente il medico e i soccorritori, i poliziotti  e il lenzuolo, bianco in principio, ma ormai chiazzato di rosa pallido acceso forte scuro.

Silvestro guardo quello andar via a sirene spente, non c’era nessuna urgenza, nessun bisogno di precipitarsi, restò invece fermo di fronte alla sindone sul marciapiede, stretto nel recinto del nastro bianco e rosso, solo.

Nessuno restava a compiangerlo, nessuno veniva a prenderlo.

- Eppure, ci dev’essere un modo – continuava a ripetere all’infinito.

- Allora, riepiloghiamo: con la scossa, no; col veleno, no; con le armi, nemmeno; asfissia, manco a parlarne; fuoco, meno che mai; di annegare proprio non mi riesce… e nemmeno il salto nel vuoto a questo punto… insomma, cosa resta?

- Ancora qui, Silvestro?

- Oh, sei tu? – rispose di mala voglia Silvestro al tizio appena arrivato.

- Non sembri soddisfatto della tua scelta?

- E’ stato tutto un imbroglio – rispose torvo – un imbroglio bello e buono!

- E in qual modo saresti stato imbrogliato, sentiamo.

- Mi avevi detto che potevo scegliere…

- Hai scelto, infatti, e che scelta!

- Dovevo vivere in eterno come un vecchio, secondo te?

- Avevi vissuto una vita piena, lunga e felice, non mi sembrava una brutta cosa.

- E per l’appunto! Ti ricordi che ti avevo chiesto?

- Mi ricordo tutto, io! Era una domanda molto semplice, dicesti: “ma se fossi morto giovane, sarei stato giovane in eterno?”

- E infatti! E tu, tu mi hai risposto, “ma certo Silvestro”.

- Già, dopo di che, tu hai chiesto se per caso si poteva tornare indietro da quella vita e ricominciar tutto da capo…

- E’ vero, imbroglione d’uno sporco imbroglione, perché allora son sempre qui? Perché ogni volta a ricominciar daccapo, ancora e ancora e ancora…

- Non era quello che volevi? Forse ho capito male…

- Io volevo solo morire all’età che pareva a me!

- mmm… interessante… ciao Silvestro, alla prossima – disse ridendo quello rigirando la sua lunga coda puntuta con fare civettuolo – continua – disse – continua a provare…

e se ne andò via cantando un allegro motivetto arzigogolato

lu liù là

chi vuol morir non muore

chi muor non vuol morir…

 

 

 

 

 

Parlar del tempo…

- Le dico proprio di sì signorina cara, vedrà, vedrà, se tra un giorno o due non staremo a sentire all’apertura del tiggi, di questo caldo asfissiante, di quel che si deve fare per proteggersi da questa infornata… bere tanto, non uscire nelle ore più calde… specialmente per noi, cara signorina, che giovani non siamo più…

- Ha ragione Sig. Ambrogio, ha ragione, ma non mi riguarda glielo posso assicurare, io porto ancora la maglia della salute, le mie ossa hanno bisogno di calore, e non sia così cauto, lo dica pure, siamo due vecchi, non usi eufemismi, se così non fosse non saremmo qui.

- Trova che questa nostra sistemazione non sia confacente alla nostra vita passata?

- Bah! Le dirò, da quel che si sente, siamo stati ben fortunati, non siamo in un lager, mangiamo tre volte al giorno, e non mi sembra ci manchi alcunché…

- Lei è troppo pragmatica mia cara, per quel che ci spillano per stare qua dentro, non mi sembra di godere di un servizio da quattro stelle… non abbiamo nemmeno l’aria condizionata… ma sul serio indossa ancora la maglia della salute?

- Adesso non faccia l’impertinente, Sig. Ambrogio, e mi usi la cortesia di non esagerare con le confidenze, non credo sia questione che la riguardi la mia biancheria intima!

- Come? E’ stata lei a parlarmene…

- Sì, ma lei doveva essere così gentiluomo da non cogliere la cosa…

- Dovessi campare altri cento anni, non vi capirò mai…

- Chi altri deve comprendere? Non ci siamo che noi due…

- Voi donne! Voi donne! Non vi va mai bene niente, se cogliamo, cogliamo troppo, se ignoriamo è anche peggio… insomma, sbagliamo comunque!

- Non posso darle torto, come diceva il mio primo marito, buonanima, una parola è poco, due sono troppe…

- Il suo primo marito? Ma… io credevo…

- Ecco, adesso comincerà ad essere curioso… perché tutti mi chiamano signorina se sono stata sposata… è presto detto, è un mio desiderio, col mio primo marito siamo stati fidanzati tre anni, lei sa bene quanto erano severi coi fidanzati ai nostri tempi, non c’è bisogno che glielo dica io… per farla breve, lo chiamarono sotto le armi che avevo ancora indosso l’abito bianco, che vuol farci, me l’ha portato via la guerra…

- Ah, ecco, capisco… ma se era il primo, ce ne sarà stato anche un secondo…

- Colpo apoplettico durante la cerimonia…

- Anche lui?

- Oh, sì, e anche un terzo…

- Davvero?

- Polmonite a tre giorni dalle nozze, celebrate prima dell’estrema unzione…

- Accidenti!

- Non imprechi, Sig. Ambrogio, il Signore non lo gradisce…

- Ma è incredibile, tre mariti e…

- E un quarto, se è per questo… ma… sono stata una donna sfortunata…

Sfortunata lei? Pensa tu i mariti! – mugugnò sotto i baffi impomatati il Sig. Ambrogio – poi, però, pensandoci meglio aggiunse…

- Certo che fa proprio caldo… ma, mi dica, lei cosa mi suggerisce? E’ meglio che indossi di nuovo la maglia della salute?

Real-mente.

… continua da Il tempor-e-ale …

E fatica sia.

La prima cosa con cui ho dovuto fare i conti, in questo povero mondo tridimensionale dal tempo immutabile, è stata l’insidia delle parole. Bastano poche sfumature per pensare una cosa ma dirne poi un’altra per le orecchie di chi ascolta, per fortuna nella pratica del mio mestiere non ho bisogno di parlare, tutto è semplice: io guardo, leggo, e tutto è chiaro, tutto è semplice.

Non ho bisogno di parole, né di riferire ad alcuno ciò che ho letto.

Il mio pensiero, così come una stella che brilla rimandando i bagliori alla stella sua vicina, che a sua volta li rimanda a un’altra e questa a un’altra ancora in balzi infiniti, legandosi attraverso energia e luce a una rete dorata, stretta e invincibile, che tutto trattiene, così, dicevo, il mio pensiero trasmette al mio anti-me, che trasmette al suo sé, che trasmette al suo anti-sé, e via andare, tutte le informazioni di cui questo umile granello dell’Universo ha bisogno per esistere.

Questo genera equilibrio.

Per ogni sì, deve esserci un no.

Per ogni me un anti-me.

Io sto alla luce, l’anti-me sta nell’ombra, e si porta appresso il bagaglio di tutto ciò che io rifiuto, lo tiene lontano da me e non lo fa riavvicinare, perché noi siamo come i poli di una calamita, uno respinge l’altro, ma dobbiamo esistere entrambi perché lo spirito non collassi.

Ed ora, nel caso siate un po’ confusi, e non comprendiate il nesso di tutto ciò con la bolla tempor-e-ale, è necessario che vi spieghi che, finirci dentro, restarci intrappolati, taglia il ponte tra il me e l’anti-me, ma non solo, anche tra il sé e l’anti-sé e via andare, vi ho detto, ricordate? Insomma un vero pasticcio, un black out per dirla con parole che potete capire.

Per poter rimettere le cose a posto devo sbrogliare la matassa tra ciò che realmente è e ciò che la Real-mente impone.

Ecco l’insidia delle parole, da qui dentro non posso leggere il cielo, nulla più so.

Sono ostaggio del vostro mondo, dove non si intuiscono le undici dimensioni, dove il cielo può essere distante da me, la mia anima anche, e le stelle e i fiori.

Non sono più nel Tutto, sono solo.

E quando son solo ho sempre la sensazione che la Real-mente, menta.

 

ma si potrà continuare? …bò!

Il tempor-e-ale

… continua da Il temporale arriva …

 

Nella bolla non c’è tempo, non quello che voi terrestri conoscete, siete troppo materialisti per poter capire che il tempo non è essenziale, devo chiedervi uno sforzo di fantasia per comprendere che il prima o il dopo, la gioventù e la vechiezza, non sono che un punto piccolo che tutto comprende, voi stessi siete quel che è passato e quel che verrà, in ogni istante della vostra vita, solo che siete troppo distratti per accorgervi di questo.

Lo spirito non conosce intervalli, la sua linea non è un segmento che ha un inizio e una fine, è piuttosto un onda che si perpetua e si allarga nell’acqua infinita dell’universo, si curva, si distende, vibra meravigliosamente in armonia con tutto il creato, sempre e per sempre.

Una sola cosa innalza lo spirito e lo eleva dalle pene terrene, l’amore, puro.

Ecco, quella mattina nella bolla, giusto quando è scoppiato il temporale, potevo sentire gocce grandi di sole piovermi addosso ed è ovvio che non ho nemmeno tentato di ripararmi, le gocce di sole sono buone anche quando sembrano – certo a un occhio poco attento e non al mio – strali d’inferno.

E’ in quel momento che ho capito di trovarmi di fronte al penoso caso di scuola: essere dentro la bolla tempor-e-ale.

Penoso perché richiede un’operazione faticosa, lunga e difficile di arroccamento e contorsionismo per riuscire ad uscirne e riportare il sole nel suo luogo originario affinché continui a scaldare la terra, i fiori, il mare e la pelle della gente.

In altri termini, solo un lettore di cielo può riuscire nell’intento, era chiaro che toccava a me.

E io non mi sono certo sottratto.

Ho a cuore le sorti del mondo, io.

 

 continua, forse…

Il temporale arriva.

… continua da Dislessia a-temporale …

 

Dagli studi fatti nella fanciullezza della mia ventesima vita, ricordavo che una particella può trovarsi in più posti contemporaneamente, e solo quando viene osservata parrebbe decidere in che punto restare.

Nel momento in cui fui colto da dislessia, e non poteva trattarsi d’altro, visto che le nuvole, né il particolare cromatismo del cielo mi dicevano alcunché, poteva anche essere che, fissando il sole, avessi disgraziatamente  incrociato il suo sguardo provocando il terribile caso di scuola da tutti temuto, ossia l’intrappolamento di entrambi in una bolla temporale nel punto e nel momento esatti in cui c’eravamo guardati.

Il sole è un tipo bizzarro, non accetta volentieri che lo si guardi dritto in faccia con una sorta di spavalderia, la sua luce così intensa intimorisce tutti, i lettori di cielo per primi, ma io quella mattina non avevo abbassato lo sguardo, che l’avesse presa come una sfida?

Fatto sta che i nostri sistemi visivi si erano incrociati, e noi avevamo potuto osservarci – anche se per un solo istante – nella nostra vera e semplice essenza.

Qui sulla terra, ho compreso presto che è inconcepibile far passare il pensiero che “ognuno di noi è parte del tutto”, e che un mestiere come il mio è comune nell’Universo, non a tutti avrei potuto dirlo senza passare per pazzo, io, in effetti, avrei preferito fare il lettore di fiori perché sono particolarmente sensibile ai profumi, ma che ci volete fare, a volte il mestiere uno non se lo sceglie affatto e comunque non me ne lagno, il cielo ha sempre grandi storie da raccontare, ma torniamo a noi, ero in trappola quindi, eravamo in trappola.

Io e il sole, nella bolla temporale.

Un temporale coi fiocchi.

continua …

Dislessia a-temporale.

La mattina in cui cominciò questa storia, il cielo era così così, né nuvolo né sereno, a buchi piuttosto, già, grossi buchi di luce in mezzo al grigio, che facevano intravedere, distanti, sprazzi di cielo azzurro felice. Forse vi chiederete che razza di colore è l’azzurro felice, ma ognuno se lo deve figurare da se, io proprio non vi posso aiutare.

Me ne andavo passeggiando tranquillo e beato quando a un certo punto mi sono accorto che il mio orologio – che porto rigorosamente al polso destro – si era fermato. Certo, la cosa è abbastanza banale, in se non ha un gran significato, e premesso che parliamo di tempo terrestre, se l’orologio fosse stato antidiluviano potevo aver dimenticato di dargli corda, se l’orologio avesse avuto una batteria poteva essersi scaricata, ma era uno di quegli orologi che si caricano col movimento, e io, vi assicuro, mi muovevo mentre passeggiavo.

Naturalmente posso escludere che l’orologio si fosse semplicemente guastato.

La cosa più strana poi, quella che al principio mi aveva incuriosito più di tutto, era che quella mattina, quando ero uscito per andare a lavorare, l’orologio funzionava perfettamente, ma quando mi accorsi della sua fissità, segnava un orario che ancora doveva venire – che ci fosse stato un salto temporale e io non me ne fossi avveduto?

Poteva pure essere.

Era normale, nel mondo in cui mi trovavo – in questa mia quarantatreesimaa vita – effettuare salti temporali repentini e inaspettati, quello che però non era stato usuale, era stato il ritrovarmi esattamente nel punto in cui ero nel momento in cui l’orologio aveva smesso di camminare.

In questi casi è d’obbligo anche un cambio di dimensione.

Ricordo perfettamente che qualche istante prima avevo guardato il sole senza aver bisogno di mettere gli occhiali scuri, la sua luce intensa, forse perché velata da qualche nube, non mi aveva ferito gli occhi, c’erano strani presagi in quel che avevo visto osservandolo, ma non riuscivo a metterli a fuoco.

Leggere il cielo è il mio mestiere.

Quel giorno però devo aver avuto un attacco di dislessia.

 

Sto leggendo

1Q84 – Murakami Haruki – Einaudi

impossibile non lasciarsi rapire…

 

 

Phi e Fibonacci…

Matematica alle sei del mattino
(Tale era l’ora in cui l’ho concepita)

Io sono un lungo lunghissimo numero primo
a cui la vita ha aggiunto fortunosamente un’altra unità.
E da quell’istante ha cominciato forsennatamente a scomporsi in fattori.
Che folla
quella moltitudine di altri,
tutti quei risultati rimasti per lungo tempo celati
e da quella genesi
faticosamente e minuziosamente scoperti,
esplorati, vivisezionati.
Ma mentre una cascata nasce stretta e si espande,
la cascata della mia scomposizione,
come quella di tutti i numeri lunghi lunghi
è partita larga ed è finita stretta,
come in un budello,
in un vicolo cieco.
E li è morta.
Poi la terra
ha restituito un pò d’acqua
e il rigagnolo ha ripreso a scorrere,
è ripartita da lì l’incessante corrente,
da quella piccola unità,
sempre quella,
quel piccolo numero
l’ultimo
dall’altra parte della cascata.
Quello più semplice
che tutto divide
e che pertanto tutto unisce
che solo il nulla
annichilisce.
E siccome qui la rima
mi è scappata
vi dico anche che
grazie
a questo piccolo fratello
forse
ho trovato il mio gemello.

Quando ho scritto questa cosa, il 20 Ottobre 2011, sul mio diario nel blog di Paola Musa, “aspettando2012″, mai avrei pensato a quanto potessi essere vicina all’interessante conclusione a cui sono arrivata solo stanotte (era un po’ prima delle sei questa notte, devo dire).

Non voglio tediare chi non sia interessato, con una lezione di matematica, di cui tra l’altro non sarei capace, ma mi occorre tirare in ballo due simpatiche creaturine del mondo meraviglioso dei numeri:

La prima è la successione di Fibonacci, ve la presento

1,1,2,3,5,8,13,21,34,55,89,144, \dots

per capire quanto è carina e semplice, vi basti sapere che, per continuarla all’infinito, non dovete far altro che sommare l’ultimo numero scritto a quello che lo precede e avete ottenuto il termine successivo.

144 + 89 = 233

233 + 144 = 377

e così via, finché non vi stufate.

La successione di Fibonacci ha delle peculiarità speciali. Legate soprattutto alla posizione dei suoi termini rispetto ad alcune operazioni che tra di essi ci si volesse divertire a fare.

La successione di Fibonacci non è altro che un manuale infallibile di comportamento.

Di quale comportamento, vi chiederete?

Di quello delle particelle… ovvio!

Particelle appartenenti ad un determinato insieme, che a loro volta appartengono ad un insieme più grande, che a loro volta appartengono ad un insieme più grande… continuate ad elevare a potenza per tante volte, quanto è necessario fare per tornare, andando a ritroso, a quelle stesse particelle da cui siete partiti… ve lo scrivo con un numero, pensate di partire da una cosa grande per rimpicciolirla sempre di più, sempre di più… fino ad arrivare a un numero piccolo quanto può essere questo

0,000000000000000000000000000000001

Spero di aver contato bene gli zeri, sono importanti.

Da lungo tempo si conoscono le relazioni che legano questa successione alla sezione aurea, il nostro secondo amico,

un numeretto irrazionale, dalle caratteristiche esteticamente armoniose che a guardarlo, però, di armonioso non ha niente.

Perché?

Perché nessun numero successivo alla virgola dopo l’intero si ripete mai uguale secondo una logica prestabilita, ma si allung all’infinito in una successione apparentemente casuale.

A questo punto mi sono fatta – di nuovo – una domanda cara ad Einstein.

Può Dio, amare il gioco d’azzardo?

Credo di no, visto che conoscendo in anticipo – è onnisciente Dio – l’esito del gioco, non vedo quale divertimento potrebbe trarne.

Ma Dio, nella sua infinita INTELLIGENZA, che ci metteva a creare una mappa infinita contenente esattamente la posizione e il tempo di ogni particella che si sarebbe creata – secondo la sua estetica aurea – in passato, presente e futuro, per tutti i secoli dei secoli amen?

Nulla, appunto, ed è quello che ha fatto, la sezione aurea è proprio questo.

Se io sono una particella scaturita in questo Universo dalla mente di Dio, come mi devo comportare?

Dove devo andare?

Che faccio, glielo chiedo?

No, non ne ho bisogno, Dio me l’ha già detto e scritto.

Dove?

In questo numero: il Phi.

1,618033 9887498 9484820 4586834 3656381 1772030 9179805 7628621 3544862 2705260 4628189 0244970 7207204 1893911 3748475 4088075 3868917 5212663 3862223 5369317 9318006 0766726 3544333 8908659 5939582 9056383 2266131 9928290 2678806 7520876 6892501 7116962 0703222 1043216 2695486 2629631 3614438 1497587 0122034 0805887 9544547 4924618 5695364 8644492 4104432 0771344 9470495 6584678 8509874 3394422 1254487 7066478 0915884 6074998 8712400 7652170 5751797 8834166 2562494 0758906 9704000 2812104 2762177 1117778 0531531 7141011 7046665 9914669 7987317 6135600 6708748 0710131 7952368 9427521 9484353 0567830 0228785 6997829 7783478 4587822 8911097 6250030 2696156 1700250 4643382 4377648 6102838 3126833 0372429 2675263 1165339 2473167 1112115 8818638 5133162 0384005 2221657 9128667 5294654 9068113 1715993 4323597 3494985 0904094 7621322 2981017 2610705 9611645 6299098 1629055 5208524 7903524 0602017 2799747 1753427 7759277 8625619 4320827 5051312 1815628 5512224 8093947 1234145 1702237 3580577 2786160 0868838 2952304 5926478 7801788 9921990 2707769 0389532 1968198 6151437 8031499 7411069 2608867 4296226 7575605 2317277 7520353 6139362...

Potrei continuare all’infinito, e sempre numeri dopo la virgola ci sarebbero.
E cosa significa?
Una cosa fondamentale:
c’è un posto per le cose e c’è un posto per la vita.
Trovate i numeri primi, quelli sono gli individui, unici, irripetibili, divisibili solo per se stessi e per l’unità, e per quanto lontani si possa andare, si troveranno sempre numeri primi nuovi.
E così si trova un posto, una dimensione, e un tempo per tutto.
La sezione aurea mi dice chi sono, dove sono e quando sono…  Fibonacci mi dice come mi devo comportare.

 

Semplice, come bere un bicchiere d’acqua.

Ma badate bene, mica ho fatto calcoli, mica l’ho verificato, no, per il momento ho solo supposto, e potrei aver supposto delle grosse fesserie, ma quando le cose più astruse, prendono una piega semplice, voi non potete capire la gioia che provo.

Vado a farmi prestare un computer quantico, devo fare due operazioncine…

 

Prego qualunque matematico che dovesse passare da queste parti, di sottolineare ferocemente tutte le assurdità che dovesse trovare nel mio ragionamento, grazie.

P.S. ovviamente i parti della mia fantasia potrebbero non essere esaustivi, perché ci sono un sacco di altri numeretti irrazionali e  metallari che a qualcosa serviranno, ma chi sono io per togliere tutto il divertimento della ricerca a chi ne sa più di me?

P.P.S. ma ciò che veramente mi diverte è che mi sono fatta un’idea pure della materia oscura… ma su questo vi faccio ridere un’altra volta.

 

e ho trovato anche il libro da consigliarvi

Peter Høeg – Il senso di Smilla per la neve

lo voglioooooooooo, scusate non so ancora nemmeno l’editore, come ho potuto perderlo (a non leggere mai le recensioni si corre a volte qualche rischio), ho appena letto una mezza paginetta e me ne  sono innamorata… deve essere mio!