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Sar

Sar è qualcuno che è stato rubato.

Come si può rubare una persona dicevano quelli…

Si può, perché Sar era il cuore, in lui era nascosta l’anima e l’anima non conosceva se stessa.

Così la rubarono e il cuore rimase in solitudine.

Nessuno passava più a trovarlo, nessuno lo invitava alle feste, alcuni, falsamente, dicevano che non lo invitavano più perché senza anima era così povero da non avere nulla da festeggiare, altri invece, lo deridevano e pensavano, come ci giudicheranno mai se ci vedranno in sua compagnia, altri ancora non sapevano niente di lui ma credevano di aver capito tutto.

Sar, in solitudine, pregava per se e per le anime a lui care, esprimeva il suo dolore con una preghiera di bambino, credeva ancora Sar, credeva, che nel mondo avvenissero i miracoli, e pregava, pregava il Signore che gli avevano insegnato, e tra le righe anche quello che aveva imparato leggendo di cose strane, oscure alla sua casa e tuttavia semplici, e senza accorgersi, nell’incoscienza, anche quello che gli era sconosciuto.

Ogni giorno Sar voleva che arrivasse il suo Amen dopo la preghiera, questo voleva Sar, in faccia a chi, anche di un Amen si dimostrava avaro…

Io ti prego, Signore…  diceva Sar rivolgendosi in alto al sole, alle stelle, a tutto il firmamento

Io ti prego, Signore,

di concedermi il mondo che desideravo

fa ritornare ogni cosa al suo posto,

Scaccia i demoni da questa terra

custodisci i suoi abitanti con la tua misericordia

perdona a tutti i peccati secondo la tua infinita bontà

benedici ciò che ci doni con grande generosità

leggi le intenzioni rette del nostro cuore e portale a compimento

sciogli i dubbi dei gelosi, regala ad essi la pace e la grazia di donarsi per quel che realmente sono.

Non abbandonarci nell’arida solitudine di ogni incomprensione

e conducici, come agnelli guidati dal buon pastore,

al cospetto della tua immensa gloria.

Fa che questi semi di supplica

fruttino il dieci, il venti, il cento

secondo la tua volontà

con tutti gli angeli

o i demoni

che abbiamo accanto

illumina il nostro cammino.

Amen

 

 

 

Caprifoglio

Il tempo scorre tanto in fretta,  un mese é  gia passato e ancora…

Nella mia isola oggi in cielo solo corvi e cornacchie, il loro gracchiare odioso profuma di malaugurio. Il sole si é  nascosto dietro nuvoloni sabbiosi e pesanti, non arriverà  ristoro dall’alto, e allora cerchiamolo dentro al cuore che lí,  al riparo da ogni gracchio funesto o nuvola nera, scorre sempre acqua pura.

Tanto tempo fa,  in un regno lontano,  viveva una ragazza povera ma tanto buona e alcuni dicevano anche bella.  Era rimasta orfana da bambina ed era cresciuta nei boschi nutrita dai passeri e dalle formiche (i suoi erano pasti molto frugali)  le cicale le avevano insegnato a cantare e i ragni a ricamare.  I suoi lavori erano talmente minuti e delicati che tutte le dame del paese facevano a gara per ottenere le sue trine da applicare ai loro pomposi vestiti.

Avrebbe dovuto vivere assai bene con quel che guadagnava ma le scaltre signore,  approfittando del suo ingenuo buon cuore e della sua proverbiale frugalità la pagavano con qualche vivanda e un pò  di frutta secca che lei (per paura che andasse a male)  divideva coi bambini poveri del villaggio.

Lavorava instancabilmente da mane a sera finché  gli occhi le si chiudevano per la fatica e si addormentava così sullo sgabello svegliandosi solo per il freddo,  allora andava a stendersi (nella misera ma linda capanna)  sul suo giaciglio imbottito di foglie secche e cullata dal fragile crac crac delle foglie scivolava beata tra i sogni.

Buonasera fiore di caprifoglio – le sussurrava una voce all’orecchio

Buonasera padre mio – rispondeva lei

Da quand’era bambina non mancava mai una sera,  veniva a cullarla nel sonno,  a insegnarle a far di conto (perché anche se non si faceva pagare il giusto, i conti mica li sbagliava), a declamar poesie, a preparare pozioni e ad essere buona e generosa con tutti.

La chiamava fiore di caprifoglio perché  come quello profumava col far della sera.

Come mai siete cosí  serio questa notte padre mio?  - gli chiese.

Mia dolce bambina giunge il tempo in cui dovrai prendere marito.

Marito?  È  proprio necessario?  Non mi bastate forse voi per essere pienamente felice?

Quando t’ innamorerai non ci sarà  più  posto per me nei tuoi sogni – le rispose il padre con voce triste.

Questo non accadrà mai! – rispose sicura la ragazza.

Passò  l’inverno, giunse l’estate, caddero le foglie e tornò  il gelo, ma nulla cambiò  nelle abitudini di Caprifoglio.

Spuntavano i primi germogli, nei campi fiorivano i mandorli e Caprifoglio, seduta al suo sgabello, cantava e ricamava mentre il pomeriggio si faceva sera.

Un cacciatore passava per il sentiero appena fuori del bosco,  quando senti la sua voce dolcissima e non poté  fare a meno di andargli incontro.  Mentre si avvicinava cominciò  a percepire anche un delicato profumo e quando arrivó  di fronte alla capanna e vide la ragazza addormentata sul suo lavoro ebbe appena il tempo di sorridere che già  ne era perdutamente innamorato.

Padre?  Non avete aspettato nemmeno che io andassi a dormire sul mio giaciglio,  quale urgenza vi porta da me così presto stasera?

Vengo a salutarti mia cara e a darti un monito – le disse con fare serio.

Mi spaventate – rispose la ragazza.

Nessuno spavento, solo una preghiera: attenta a quel che ti si offre, alle moine,  ai begli occhi e alle parole,  le offerte si pagano, le moine ingannano, i begli occhi confondono,  e le parole si dimenticano. Impara quel che dico a memoria non dimenticarlo mai e sii felice.  Addio tesoro mio.

La ragazza non fece in tempo a rispondergli né  a chidere perché  le dicesse addio: si svegliò.

Vide il cacciatore chino su di lei che la guardava,  aveva gli occhi verdi come il muschio d’inverno, la voce allegra e fresca di un ruscello e il sorriso di un angelo.

Troppo!

Dopo le parole che il padre le aveva appena ordinato di mandare a memoria, a lei sembrò  il diavolo incarnato.

Venne un giorno e le offrì il suo regno giacché (e ci mancherebbe visto che è  una fiaba)  il cacciatore altri non era che il re in persona.

Lei lo respinse con gentilezza e tornò  al suo lavoro.

Venne un altro giorno e le portò  in dono profumi e gioielli, cantori per allietarla,  cuscini di piume d’oca e lenzuola di seta, compose per lei poesie e fece arrivare da terre lontane cesti di rose e viole.

Lei gli disse: per profumo mi basta il mio nome, di gioielli non ho bisogno perché ho già tutte le stelle del cielo,  a cantare ci penso da me, senza il suono delle mie foglie non potrei dormire e per questi poveri fiori così  crudelmente rubati anzitempo alla terra piangerei se le lacrime fossero meno preziose di quanto siano.  E così  dicendo lo rimandò lá  donde era venuto.

Venne ancora un giorno si sedette accanto a lei e parlò soltanto mentre lei lo ascoltava coi suoi occhi neri e attenti.  Le raccontò di luoghi incantati,  di storie avventurose,  di magia e di mistero.

A che mi serve andar lontano? Qui ero contenta di quel che avevo finché  non siete arrivato voi con tutte le vostre cose, dacché arrivaste mi sembra siano fuggiti tutti i sogni felici,  avete riempito la mia testa di cose da scartare e mi sembra di aver dimenticato l’unica cosa importante da ricordare.

Era proprio in collera e lo mandò  via di malo modo.

Quello tornò  allora un giorno ancora.  Non aveva portato nulla con se tranne il suo amore, sedette di fronte a lei e si coprì  il viso con le mani,  quando le tolse aveva gli occhi lucidi di pianto.

Venite con me,  vi prego – le disse – sposatemi,  saremo felici e vi prometto che avremo dieci bambini,  li chiameremo Stella del mattino,  Foglia d’ autunno,  Sole, Vento (lei sarà  quella che ci farà diventar matti), Alba Chiara, Fortezza (lui ci darà  qualche dispiacere ma sapremo rimetterlo a posto noi due), Nuvola,  Bella, Fulmine e Felice. Li ameremo con tutto il cuore e loro ameranno noi, avremo un esercito di nipotini e quando saremo vecchi non ci lasceranno mai da soli, potrete dormire su cuscini di foglie,  cantare dal mattino alla sera,  lavorare se vi andrà  di farlo e…

Basta,  basta… – disse Caprifoglio ridendo – mi avevate già  convinta dopo la prima lacrima…

 

 

Liberamente ispirato da un nome,  mio padre e la strofa di una canzone…

la luna ed i grilli normalmente mi tengono sveglia… 

Notte papá

Notte.

 

The show must go on… candu faidi, chi faidi!

« In rebus quibuscumque difficilioribus non expectandum, ut quis simul, et serat, et metat, sed praeparatione opus est, ut per gradus maturescant. »

Sir Francis Bacon

(In tutte le cose, e specialmente nelle più difficili, non ci si deve aspettare di seminare e mietere nel medesimo tempo, ma è necessaria una lenta preparazione, affinché esse maturino gradatamente.)

 

Il sonno calava dritto senza possibilità di tenerlo lontano. Le palpebre ogni tanto venivano giù come saracinesche, sempre più pesanti, tanto che ad ogni lieve precipitar di testa, diventava più difficile riportarle su.

Era stata una notte quasi insonne quella appena passata, mille mostri erano tornati dagli abissi profondi in cui li aveva relegati a far capolino, beffardi e insistenti. Il raziocinio non poteva niente. Dovunque guardasse c’erano imperizie, negligenze, superficialità, presunzione, arroganza, slealtà, supponenza, saccenteria e chi più ne ha più ne metta.

Ed erano tutte sue.

A queste si aggiungevano la paura, l’orrore, il sentirsi minacciata da mille complotti, tradita nei più sacri valori, ingannata da chi più amava e per giunta, nel modo più subdolo e maligno.

Confezionate come un bel regalo, tutte le fobie – altrimenti dette paranoie – la guardavano dal balcone d’onore, pronte per il loro fiero pasto: la sua serenità, il suo amor proprio, la sua dignità, la sua gioia, il suo respiro.

- Che fate lassù? Pensate forse ch’io non vi veda?

Vi vedo , vi vedo, in questo muffito teatro state attaccate alla balaustra ormai cadente, là, come patelle!

E’ vorace la vostra bocca, pronta ad inghiottire sangue e senno, ma… con uno scarto fulmineo ancora ho la forza, ancora vi scanso, ancora mi nascondo e improvvisamente sparite, e io dimentico la vostra esistenza.

E ancora una volta il mondo si colora, schizzi di vernice su ogni cosa – muri, cielo, passanti, zampilli e luce – toh! guarda, non mi ero accorta… giorni fa eri albero spoglio, oggi sei tutto un fiorir di tenero e foglioso verde, non mi hai aspettato pare, sei andato avanti senza di me.

Ho visto persino una nuvola in cammino, da quanto non ne vedevo una lasciarsi andare leggera al sospirar del vento?

Eppure è questo che vien fatto sempre… lo spettacolo continua, deve continuare,
e non c’è morte, vera, simile o apparente, che fermare lo possa.

Quale bara può contenere Natura?

E chi sono io per imprigionarci dentro quel Divino che da Lei a me proviene?

Ci ho provato, ma quella insiste, se ne rinviene…

di abbandonarsi e abbandonarmi non ne vuole sapere,

allora mi arrendo

e capisco

che

è

coraggio

quel che di LEI

mi appartiene.

 

Dalla tragicomica: Nuvole nere a pois

Di e Per Grilletto Salterino

9 aprile 2014 “mo mo” (leggi or ora n.d.a.)