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Una formula ben f-e-rmata.

La pelle liscia tirata giallognola. Le labbra sigillate. Proprio una brutta cera.

E così che siamo infine di fronte a noi stessi al termine della notte.

Vorrei andare altrove, non trattenermi oltre.

Ti basta lo spettacolo? Che dici, non vuoi stare a guardare quelli che piangono per te, erano i tuoi cari fino a poco fa, non ricordi?

Vagamente, ma direi che quel che ho visto è sufficiente, è solo un involucro, come la pelle di una crisalide. non voglio stare a compiangerla, immagino ci sia altro, altro da vedere, da toccare.

Ce n’è. Ma sta a te trovarlo.

Mi piacerebbe viaggiare, libero.

Viaggiare per dove.

Bah, non so. Lontano, molto lontano.

Direi che potremmo cambiare sistema, uno del tutto originale che dici?

Si, potresti visualizzare quello che ho in mente.

Senz’altro, lo vedo bene, sei acuto!

Non so, mi paiono così interessanti questi tizi, così interessati allo sviluppo, alla creazione simbiotica, non vedo insetti però, di nessun genere.

Qui non avrebbero di che vivere, qui è tutto molto asettico, non vedi, sembra quasi un laboratorio, aria controllata, acqua distillata, acciaio e porcellana, niente verde, niente atmosfera, tutto si basa su due simboli, solo da quelli puoi trarre informazioni, se osservi bene ti accorgi che non ci sono emozioni.

E la cosa non dovrebbe essere desiderabile?

Niente emozioni, nessuna sofferenza.

Neanche gioia però.

Ma se non so che sia, come posso rimpiangerla?

Ecco, vedo che hai afferrato il concetto. Pensi di trattenerti qui?

Bah! Tutto sommato trovo tutto un po’ noioso.

Fammi pensare ancora, anche se i pensieri mi sfuggono, non riesco a trattenerli sul niente.

E l’effetto dello spaziotempo.

Più ti allontani dal tempo in cui eri più ti dissolvi nello spazio: un pezzetto di te è qui, un altro è là e tutti vanno via via allontanandosi tanto da darti un senso reminescente di finitezza ma, al tempo stesso, di disintegrazione. E il passaggio di stato. Stai andando a compenetrarti nel tessuto EnMat.

EnMat? E una cosa buona?

Essenziale.

Da materia sei diventato Spirito – ossia energia in potenza – e rinnegando il passato hai voluto evolverti in energia pura, e l’energia è pur sempre materia ma al servizio del Cosmo, quindi, nel fare la scelta meno egoica hai scelto di tornare all’origine, quando non c’era spazio, e nemmeno tempo.

mmm… come comunichiamo io e te?

Non stiamo comunicando – siamo – e basta.

E dove siamo, quindi?

Tu lì e io qui… entanglement…

tu passato io presente tu uomo io donna tu morto…

io viva!

 

Oggi non un consiglio ma anche…

Genesi dell’idea matematico-letteraria

Formule Ben Formate e Paradosso EPR

 

 

Elucubrazioni su cadaveri e carogne…

Già  io credevo d’aver fatto distinzione saggia e, rilevando l’errore altrui, sentenziavo che cadavere attiene all’uomo, all’animale carogna,  deh, gli dei mi punirono ché forse, qualcuno affezionato a questi piú di quelli,  perso l’antico rispetto dovuto sacramente agli uni piuttosto che all’altri, di chiamar cadaveri anche quelli si pregia.

Ed io,  continuando a sproloquiar sul niente,  giacchè  anche la crusca per analogia consente,  mi affannavo a dir che l’ignoranza, grassa si espande, poiché  nessuno,  copiando ignaro l’errore altrui,  di verificarne la correttezza si prende briga, e di copia incolla in copia incolla,  l’errore diviene verità  di massa, e a niente più vale quel che il vocabolario dice!

Nel far questi pensieri, mi soffermai su cotanta espansione greve e mi sovvenne quel tal Schmidt, che di accelerazioni espanse è  assai esperto,  e da cadaveri e carogne di cui andavo novellando,  mi ritrovai in mezzo all’onde gravitazionali ed ai bosoni, trapassando per l’energia oscura sii smarrita…

oh Dante, esci da questo corpo che non è il momento!

…cosí pensavo elecubrando, che l’universo tanto più accelera la sua corsa verso parsechiane distanze ed immensa grandezza,  quanto più l’uomo corre per comprendere la misura più  piccola che a sua volta fugge verso l’infimo con altrettanta accelerazione.

E dietro a questi pensieri altri si affastellavano dappresso…

perché troviamo le cose esattamente lá dove crediamo che siano?  E perché troviamo sempre quello che intuiamo ci sia? Perché  quello che ci aspettiam come più  probabile tale diviene? Forse che quello che andiamo trovando è esattamente quello che abbiamo creato cercando?

Siamo forse noi gli osservatori supremi?

Può essere davvero che la tartaruga mai verrá raggiunta da Achille?

Che la natura,  per quanto in fondo andiamo ad osservarla, avrà sempre qualcosa di più  piccolo da mostrare… e quel più piccolo, è talmente inosservabile e infinito da costituire il novantasei per cento di tutto quel che esiste?

E se quel che esiste è per sua natura infinito, essendo tale la nostra curiosità e il nostro desiderio di conoscenza,  non potrebbe esser questo il più grande miracolo nella concezione di Dio?

Che si sia fatto Tale per comprendere tutto e non essere mai completo in niente, giacché la completezza implica finitezza, che in Dio peró non ha da essere, potendo Egli essere tutto e uno nel medesimo istante.

Così l’espansione universale tira.

Come in un elastico gigante, il grande spinge da una sferica parte,  il minuscolo, come un punto senza dimensione né verso, dall’altra,  e la tensione è tale che genera infinita energia in potenza pronta a deflagrare.

Quale sarà il punto di rottura?

Esisterà questo punto di rottura?

Come una cellula andrà  forse a compiere la sua meiosi e da quell’unico elastoverso si genereranno due cellule identiche e pur diverse che proseguiranno, di mitosi in mitosi, dal grande al piccolo a diversificare organi e tessuti, e in sé Dio stesso genererà Se Stesso, in un corpo celeste che accelera e si espande senza conoscere mai nè nascita nè morte.

E di tutto ció, che pensi sommo Dante?

Che penso,  dici?

- “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”

Sarà  così quindi è deciso:

Nell’infinitamente grande c’è  l’infimo così che l’infimo è infinitamente grande.

Olivia ovvero la lista dei sogni possibili

Tempo fa ho proseguito, con un nodo su 20lin.es, l’incipit di questo romanzo.

Senza averlo mai letto.

“L’inizio

I due bambini – avranno avuto sei, sette anni – spuntarono sotto le mie palpebre come macchie colorate. Quando il sonno si interruppe, per riacciuffarlo mi bastò chiudere di nuovo gli occhi e li ritrovai nel punto esatto in cui li avevo lasciati. La bambina con il cappottino blu stringeva al petto una vecchia Polaroid e si dondolava avanti e indietro, su e giù, come cullata da una dolce ninna nanna. Del bambino ricordo la sciarpa rossa e l’espressione impaziente di che non vede l’ora di tornarsene in un posto sicuro. Teneva una mano infilata nella tasca del giubbotto. Con l’altra, si asciugava una lacrima. A pochi metri l’una dall’altro, lontani dagli adulti, seguivano il movimento delle due bare calate nella terra mentre in cielo volava un aereo che lasciava dentro di sè una lunga scia bianca.

I loro sguardi si incrociarono.

E allora, nella frazione infinitesimale di tempo, accadde che le due anime si parlarono. Forse quel silenzioso dialogo rimarrà da qualche parte dentro di loro, fino a quando il destino, o chiamatelo come volete, deciderà di rivelarsi. Un pò come due particelle che, originate da un punto dello spazio-tempo, restano legate da un inizio le renderà non separabili per l’intero arco della loro esistenza, indipendentemente dalla distanza che le divide.

Ecco, se pensate anche voi che lo stesso legame si possa stabilire tra due persone, converrete con me che quello fu l’istante in cui tutto cominciò.” Fin qui l’incipit della storia scritta da Paola Calvetti …

Ora il nodo …

Mi alzo così, da una settimana a questa parte, con l’impressione che qualcosa sia rimasto sospeso nell’aria, mi chiedo se sia mai possibile afferrarlo da sveglia, se riuscirò mai a sovvertire l’ordine delle cose. Avrei bisogno di andare più piano, far rallentare la mia vita quel tanto che basta da fermare un profumo, una luce, uno sguardo che avvolga anche solo per un istante la mia solitudine.
Sono giorni che cerco di trovare il senso di questo sogno ricorrente, e mentre scendo le scale per correre a lavoro, penso che l’istantanea scattata dalla bambina, ha fermato quell’attimo in cui la sua anima si è specchiata nella lacrima del bambino, e lì dentro, è rimasta annegata. Così, per non annegare a mia volta, oggi non ho voluto chiudere di nuovo gli occhi per riappropriarmi di quel fermo immagine, ma li ho tenuti aperti. Sono saltata giù dal letto che ancora l’alba non aveva illuminato questo giorno, ed ora, cammino nel fresco della strada diritta verso il primo caffè, che non mi bruci i polpastrelli come ogni giorno, in trasparenza, su quegli odiosi bicchierini di plastica. Un caffè vero oggi, in un bar. Là dove ci sarà gente, altre anime, altri esseri come me. Sono eccitata, come se improvvisamente mi aspettasse qualcosa, ho messo da parte la paura, l’indecisione, l’apatia, mi sento un’altra. Entro nel bar, l’aria è accogliente e profuma di buono. Mi avvicino al bancone, c’è già qualcuno che aspetta. Sollevo lo sguardo, un grande specchio mi restituisce un’immagine, ed è a questo punto che li vedo, la sciarpa rossa e uno sguardo, li riconoscerei ovunque.

 

Avrei potuto scegliere il cappottino blu, la Polaroid, la scia dell’aereo, le bare … invece la sciarpa rossa e lo sguardo, un bar che profuma di buono, un vero caffè.

Ho letto il libro e li ho riconosciuti immediatamente … tutti i miei incastri letterari.

Nella dolcezza di una storia che sfuma in un lunghissimo arco di tempo, che solo un’intera giornata di pensieri può contenere, ho ritrovato mille punti di contatto con la mia infinitesimale particella.

L’aver scoperto questa autrice è stato un caso.

Ma era scritto nel mio destino … questione di serendipità.

 

Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili – Paola Calvetti – Mondadori