Il mio cuore… nel tuo cuore!

L’Editore 

è lieto di annunciare l’imminente uscita del nuovo Bookblog

 ”Il mio cuore, nel tuo cuore…

e tutti e due dentro a un T. S.*(1)”

 della autrice e curatrice del presente Blog  

E(RA) u(NA)n(OTTE)B(uia)ET(empestosa),

la “sola”

“originale ed unica”

GRILLETTO SALTERINO

che la BET edizioni è orgogliosa di avere sotto contratto

(in pratica) per poche briciole  .

Oggi alcune pagine di prova.

Si informano i lettori che sarà proposto un “format” – non originale, ma riveduto e corretto – in cui l’autrice ha accettato di apportare al testo dell’opera, qualunque modifica “i suoi affezionati decidano di proporle”, il tutto, a costo di fare doppi salti mortali all’indietro – assicura anche carpiati n.d.r. – se i tali (due e rotti lettori) lo esigono.

 Bozza prologo

Quanto tempo era passato da quando si era lasciata andare a seguire la luce?

Quanto tempo era che precipitava giù dall’imboccatura del pozzo?

Talmente tanto da non ricordare quanto.

Si guardava intorno cercando di riconoscere le cose che c’erano dentro, sperando di trovarci almeno una cartina di tornasole che le svelasse la differenza del vero dal falso, o un po’ della luce sfolgorante del principio, per illuminare la nuova strada che si stendeva ai suoi piedi, magari una voce cara – oh sì, tanto cara – che l’accogliesse nel nuovo luogo in cui sembrava recarsi.

Tutto vorticava ad altissima velocità.

Foglie, taccuini, rosari di perle, scarpe spaiate, biciclette verde pisello, case di cartone, smalto per unghie al peperoncino, borsette parallelepipoidali, matite e penne colorate, profumi e conchiglie.

Alice cercava la porta giusta.

Nella mente, la chiave per la prima porta, quando fosse stata accessibile, che cosa, miei pochi?

Ma lei, chi se no:

la pazienza di saper aspettare.

Nelle pareti del pozzo, trasparenti come quelle di un grosso acquario, immagini e parole della sua vita appena trascorsa…

Lei seduta china su una strana macchina da scrivere, sul volto una luce fioca, le mani leggere e sicure di chi sa cosa sta scrivendo…

“Finalmente un tema in cui non avrò bisogno di inventare niente.

Ho nove anni e frequento la quarta elementare, sono una bambina vivace e ho già capito che gli spazi vuoti non mi piacciono.

Lo so da che abbiamo fatto l’ultimo lavoretto per  Natale, quante stelline ho dovuto disegnare, ogni volta che ne aggiungevo una, schizzava fuori un buco vuoto da un’altra parte, un’esperienza terribile, ma gran bel lavoretto!

Questo tema è segreto, perché se la maestra lo scopre, chissà cosa potrebbe succedere.

La mia maestra è molto brava ma moltissimo severa. (Brava brava brava davvero, parola di grillo, di quelle da inchinarcisi di fronte, lo giuro!).

Da dove cominciare? Da un proverbio, va: non c’è due senza tre.

La musica mi piace, canticchio sempre per conto mio, m’invento delle canzoncine e poi provo a suonarle al mio organo, no, non so suonare, ho provato ad imparare con metodo, ci vuole troppa pazienza, arrivata al solfeggio delle biscrome mi sono stufata, tanta fatica per una cosa che la mia mente e il mio orologio interno distinguono già da se, quando il maestro si è accorto che suonavo ad orecchio è successo il finimondo.

Ed ecco il numero uno, a scuola dovevamo inventare una canzone per la festa della mamma, io ho cantato subito un motivetto dei miei, inventato s’intende, la maestra si è alzata in tutta la sua mirabile statura e col dito indice che andava su e giù mi ha detto: “non si imbroglia, questa canzone somiglia a quest’altra”, e ha nominato una canzone che io non ho davvero mai sentito.

Tutti i miei compagni che mi guardano storto, io mi faccio piccola piccola, che ci posso fare io se quella canzone assomiglia alla mia?

Mia mamma mi compra tutto il necessario per la scuola all’inizio di ogni anno, i colori di legno, i colori a cera, i pennarelli, e – ma solo per casa – le tempere. Mi piacciono così tanto che li uso con avarizia perché ho paura di consumarli. Mischiare i colori, è una cosa che mi è sempre venuta bene, non so come si fa, ma io dipingo lo stesso.

La cosa che mi viene meglio, però, sono i fumetti.

Riesco a farli uguali, spiccicati, datemi un fumetto qualsiasi e io lo riproduco in qualsiasi dimensione.

Abbiamo fatto un lavoro a scuola, sul carosello, dovevamo fare un disegno, io ho scelto l’immagine di Calimero perché un po’ il pulcino nero mi somiglia, e poi perché è facilissimo da rifare.

Quando ho fatto vedere il mio disegno, la maestra si è alzata in tutta la sua mirabile statura e con il dito indice che andava su è giù mi ha detto: non si imbroglia, non si doveva dicalcare.

E questa è la seconda.

Ma quella che mi ha spezzato il cuore è stata la terza.

Mamma mi accoglie nel suo lettone per tanti mesi all’anno.

Ci stringiamo e ci facciamo compagnia.

In questi mesi in cui il suo letto è anche il mio, mi legge tante storie, tante, tante, tante.

Io non mi arrabbio quando ci sono i mesi in cui non lo fa, sono troppo felice per un altro motivo.

Penso che inventare le cose, le storie, sia così facile per me proprio per tutte quelle cose che mi legge lei, ma, non saprei se questa è la vera ragione.

Comunque sia, due giorni fa la maestra ci ha dato per compito a casa un tema: Inventa una storia.

Ci pensate, un tema così facile.

Non mi era mai capitato di fare un compito così felicemente.

Forse ho scritto un po’ troppo.

Credo mi abbia ispirato una storia che ho letto su “Topolino”, o forse sul “Corriere dei piccoli”, i fumetti li leggo da me, boh, non lo so, però è davvero carina.

La maestra ha letto il mio tema e dall’alto della sua mirabile statura ha agitato il dito indice su e giù e ha detto: non si imbroglia, non devi copiare, io me ne accorgo sai, hai usato parole troppo difficili per una bambina di nove anni.

In quell’istante tutte le mie velleità artistiche si sono disintegrate, ho cominciato a censurarmi, a usare termini semplici quando me ne veniva in mente uno più complesso.

Lei, come sempre, ha continuato ad andare in giro a far vedere i miei temi alle colleghe, tutta orgogliosa del suo lavoro.

Non ha mai curato il mio cuore spezzato e, insieme a lui… tutte le mie penne, tutte le mie matite colorate.

Non ho più scritto storie, non sono voluta andare al liceo artistico affinché mi si insegnasse la tecnica che mi mancava per dipingere quadri che non fossero croste, la musica l’ascolto e la canto, ma solo per me.

La maestra mi ha insegnato la grammatica, mia mamma mi ha dato le ali.

La maestra le ha tarpate, mia mamma, più severa di lei, non se n’è mai accorta.

E io, per questo, ho odiato lei ingiustamente.

Ho quarantacinque anni adesso.

E da poco, ho ripreso a scrivere.”

 

*(1) Truman Show

Che bene che ci sei.

In questo giorno di S. (.) S. (che magia le parole, che insidie e che trappole nelle parole, che sbagli nell’intender le parole…)

In questo giorno in cui tutto pare debba esser perfetto – tranne 3 piccole assenze care al mio cuore – in questo giorno

Che cosa di meglio di quest’inno al mio bene:

“È un destino del mio essere

ed allora la felicità del mio destino

è piú forte di me,  delle mie ossa,

che le stride in un abbraccio

sempre doloroso,  meraviglioso sempre.

Chiacchieriamo,  parliamo, diciamo parole,

lunghe,  lucenti, come degli scalpelli che separano

il fiume freddo nel delta fervente,

il giorno dalla notte,

il basalto dal basalto.

Portami, felicità in su,  e sbattimi

la tempia dalle stelle,  fin quando

il mio mondo allungato e infinito

diventa colonna o un’altra cosa

molto piú alto e molto piú presto.

Che bene che ci sei,  che meraviglia che ci sono!

Due canzoni diverse, colpendosi,  mescolandosi,

due colori che non si sono mai visti,

uno molto in basso,  voltato verso la terra,

uno molto in sù,  quasi rotto,

nella tremante,  insolita lotta

della meraviglia che ci sei,  del

destino che ci sono.” – Nichita Stanescu

 

Che meraviglia ció che puó fare un cambio di vocale.

Tanto tempo fa,  libri su libri nella pozza sottile del premio StrEga…

oggi una fossa delle Marianne nelle parole argentee del premio StrUga!

Quanto importanti sono, i piccoli particolari!

 

Grazie V. – Vi vorrei qui con noi.

Chiedimi cosa…

Come arrivano le cose?

Arrivano chiamate dagli angeli, in questa spiaggia, quando meno te le aspetti.

Quando sei pronto a chiedere qualcosa, ecco che quel qualcosa giunge senza che tu abbia il tempo di formulare la domanda.

Le cose,

si nascondono dietro segni innocenti,

una scarpa slacciata,

un bottone che cade,

un errore di ortografia non voluto,

un dolore ingenuo, appena un senso di dispiacere per quel pensiero altrui che sminuisce il tuo vero valore,

ma qual è questo valore in fondo?

Che importa l’opinione altrui o l’altrui riso?

Non capirebbero comunque.

Non capirebbero che tu, di là dal tempo, tutto hai operato perché ci fosse anche

l’errore, e tornata che fossi sui tuoi stessi passi, potessi vedere quanto è inutile affliggersi per nulla.

Quanto mi manco a volte.

 

Così mi affanno per ritrovare intatti i ricordi più belli nel susseguirsi incessante delle stagioni

il colore dei sogni,

la luce dentro agli occhi quando rido,

un particolare profumo,

la scia di una nave o l’urlo dei gabbiani in una canzone degli a-ha.

 

Vorrei che queste parole scorressero come un fiume placido sopra le cose,

che mi bagnassero i piedi,

mi accorgerei di quanto sono fresche e vere!

 

Oppure vorrei che fossero mute

immobili in una pozza cristallina

a riflettere la bellezza del cielo nel giorno perfetto:

nuvolo e incazzato.

 

C’è perfezione nelle cose quando vanno storte,

c’è perfezione nell’errore,

c’è perfezione nel perdono,

c’è perfezione in ogni singolo battito asincrono del mio cuore.

 

Basterebbe così poco…

solo che ognuno sapesse che non amo rimandare a giorni insignificanti quello che potrebbe e dovrebbe succedere solo in una data certa.

 

È tutto qui il segreto.

Tutta qui la profonda magia delle cose che devono compiersi.

 

Buon non compleanno Alice!

Che dire, anima mia, in questo giorno?

Niente che il mio cuore non conosca nel profondo.

Per quelli che mi guardano e sussurrano, qual è il tuo consiglio?

“Non ti curar di loro ma guarda e passa”.

 

Ma vedi, non sono soli, altri ancora sento tutt’intorno.

Per quelli, lo sai, una parola basta.

Sia solo quella allora.

Grazie!

B&G

 

 

A volte ritorno!

Presto invecchierò.

Con letizia e giubilo si spera…

Cosa desiderare quindi per questa meta significante?

Io direi qualcosa di semplice: tempo.

Che venga bello o brutto poco importa, sarà comunque interessante viverlo.

E perché no, condividerne un po’ con gli altri.

Per questo ho deciso di farmi un regalo: tornerò su facebook, venitemi a cercare!

Ed eccediamo pure in punti esclamativi!!!

See you soon…

 

 

 

P. S.  Se si potesse rinascere,  vorrei essere mosca per curiosare tra i pettegolezzi altrui….

ma conoscendo l’animo unano, con la lingua al vento troppo esposta, tra chi pasce calunnia,  virus a strascico trascinerei,  perciò….

lasciami andare (lascia) scetti…  che meglio è.

 

A lei la mossa sor grillo….

Ah, sì, che sbadato…

Grilletto avanza… in marcia!

P.P.S. Al fin della tenzone,

Vi l’ovo.

 

E ora andate via

voglio restare solo…

Che forse c’e da giocar di pennacchio.

Iiiiiii…  che fatica bambni la vita!

Ciao…  a presto.

Cernia tossica.

C’é da dire che per percorrere il lungo ventennio e passa di Germano e  Rosa’ ho dovuto lasciare sospeso Jorge Amado e la sua sublime dona Flor a pagina 410… ma la pausa me ne allungherà il piacere, e comunque sia ora è fatta.

Ieri sul tardi, un moderno tecnologismo mi avvertiva che il libro a lungo atteso era arrivato in libreria, piccola deviazione prima di rientrare a casa dal lavoro perché  dovevo assolutamente farlo mio dopo tanto aspettare.

Finito or ora.

Che dire a voi poche anime che mi seguite?

Come sapete non sono critico ne recensore per professione,  ma essendo lettore vorace mi arrogo il diritto di avere un’opinione che conta.

Sarò sincera in principio l’ho trovato carino (date retta a me, usare questa parola è come dare all’autore una stilettata al cuore – e l’uso delle parentesi non è casuale – un vezzo letterario), a pag. 32 un periodo talmente melenso da provocare un’impennata subitanea di glicemia, come dicevo a un amico, un po’ di noia fino alla pag.  53, ma la caparbia speranza di una ripresa orgogliosa.

E così è stato.

E il libro giusto al momento giusto, direi quasi contingente, di questi tempi di si e di no.

Di questi tempi in cui tutti sanno bene cos’e’ meglio fare, tutti preparatissimi, tutti superinformati, da quelli che non sanno nemmeno cosa si riformi a quelli che tenacemente sono andati fino in fondo superando anche l’arido scoglio dell’art.  70… scrittura fine da normativa italiana d’origine controllata e garantita…

di questi tempi dicevo,  un buon ripasso non fa male,  quindi il mio consiglio spassionato è che lo leggiate questo “Cernia tossica”, un giretto sbarazzino in quel che si può diventare ad ascoltare i gatti e le volpi senza fermarsi mai a farsi un’idea col proprio cervello.

Un piccolo excursurs neglia anni appena andati del secolo finito e di quello appena cominciato.

Senza dimenticare che le scelte,  quelle che vanno via con l’acqua dal chiusino della doccia, come quelle che non le stacchi nemmeno con la lana d’acciaio,  determinano, sempre,  se siamo uomini o caporali.

Senza dire da che parte sto, perchè resto ferma al sacro principio costituzionale, che il voto è personale libero e segreto,  e per non far campagna che non sono contadino,  preferisco lasciarvi con un gattopardiano “occorre che tutto cambi perché nulla cambi”, che va bene per il si e pure per il no… a seconda della convenienza.

E conveniente comunque leggere questo piccolo libro,  come si fa nel giorno della memoria: per ricordare.

 

Cernia tossica  -  Giorgio D’Amato – editore Mesogea collana petrolio

Consiglio di Grilletto

Tutte le cose finiscono…

Tutte le cose finiscono

per perdersi.

Ieri erano lí

e oggi, guarda!

Non ci sono più.

Semplicemente

se ne sono andate.

Hanno fatto tardi per un pò

raggrumate come un calzino vecchio

accoccolate

come un gatto sonnacchione

poi

dopo essersi stiracchiate ben bene

se ne sono uscite

così…

senza dire nemmeno buonasera

e pensare che ci avevo tenuto tanto!

Importa forse?

Direi di no

son cose…

occorre lasciarle andare.

 

Quasi dimenticavo le buone abitudini…

in tema di perdite, la protagonista del libro che sto leggendo ne ha appena subita una, ve lo consiglio caldamente

Dona Flor e i suoi due mariti – Jorge Amado

Cenere alla cenere.

Come ogni anno era arrivato il giorno dei morti, come ogni anno aveva pulito ogni tomba.

Non aveva provato dolore nel farlo, erano cose, soltanto cose, di cui aveva senz’altro rispetto, ma loro non erano lì,  non potevano essere lì.

Forse la loro polvere,  solo quella.

La loro anima era libera,  chissà dove.

Chi diceva che far visita ai morti è una consolazione?

Quale consolazione?

Dovrebbe essere consolante pensare al disfarsi lento dei corpi, alla corruzione dei tessuti e degli organi, al cadere delle ossa, sole e inascoltate, quando tutto è ormai sfatto?

Qual è la pietà,  qual è il senso,  se non si torna almeno ad esser buon concime per l’erba e i fiori?

Finisce tutto lì,  dentro la bara, a tenuta perfettamente stagna.

Pensava al suo male,  a come aveva cominciato il suo lavoro di demolizione senza aspettare il trapasso, a quanto già, quel vile ingordo, si fosse preso.

Ma lei non avrebbe più fatto da cibo per nessuno.

Meglio il fuoco!

***

Ogni giorno si alzava dal letto, dopo aver scostato le tende ed essersi assicurato che i raggi del sole la sfiorassero con la loro luce,  le diceva “buongiorno! “.

Se aveva sognato, le raccontava i sogni.  Immaginava i suoi commenti divertiti.

Parlava dei suoi programmi per la giornata e le chiedeva sempre un parere su cosa sarebbe stato meglio indossare.

Prima di uscire di casa la salutava e  indipendentemente da quanto lontano andasse,  la sentiva sempre vicina,  sempre presente.

Gli piaceva parlare di lei. Raccontare di quante e quali cose avesse fatto per darle sempre il meglio di cui fosse capace. Non c’erano ostacoli che non fosse stato disposto ad affrontare e superare per vederla vivere e sorridere.

Ogni volta che curava l’orto,  il frutteto, guardava le piante,  gli alberelli rigogliosi, ricordando quante ceste avesse riempito con le primizie e i frutti più belli per farla felice.

E anche adesso,  quando coglieva qualcosa,  era ansioso di mostrargliela.

Era rassicurante la sua presenza,  sapere di averla vicino, pronta a dargli sostegno se le avesse rivolto una preghiera o soltanto una richiesta. Come quella mattina.  Si era affannato a cercare la fede: “si può sapere dove l’hai nascosta? ” le aveva chiesto,  neanche il tempo di formulare la domanda che la risposta era già lì per lui.

Era così semplice.

A volte ripensava a quanto fosse stato duro accettare quella scelta.

Ora ne era contento, tanto che aveva già chiesto che si facesse altrettanto con lui.

Solo una cosa desiderava fosse diversa,  la destinazione finale.

***

La mattina in cui accadde,  pareva avesse solo dimenticato di svegliarsi.

Il viso era sereno,  gli occhi chiusi ad inseguire ancora i sogni.

 

Era tutto deciso.

Tutto già disposto.

 

I figli entrarono in casa.

Era perfettamente in ordine.

Scostarono le tende per aprire la finestra e la luce inondò la camera illuminando come sempre un punto preciso.

La più grande aprì la teca di cristallo prendendo delicatamente quanto conteneva,  con un sorriso la portò  con sè.

 

Si ritrovarono così  sul molo più esposto al vento, lontani dal rumore della gente,  là dove le grandi navi entrano in porto.

C’era un gran silenzio a quell’ora della sera, rotto soltanto dagli urli dei gabbiani, il cielo splendeva del soffuso rosa delle nuvole al tramonto.

Le autorità,  discrete,  restarono in disparte,  loro scesero tutti sui massi frangiflutti facendo la massima attenzione al prezioso carico che trasportavano.

Con rispetto e amore,  tolsero i coperchi dalle due urne lasciando il loro contenuto libero di sollevarsi trascinato dalla dolce brezza che soffiava.

Guardarono le ceneri alzarsi in agili mulinelli,  rivolgendo loro un muto saluto.

Quelle, mischiandosi le une alle altre nella trasparenza dei colori di quel cielo,  salirono alte,  sempre più su,  come un volo variopinto di farfalle,  eteree,  bellissime,  insieme per sempre.

Elucubrazioni su cadaveri e carogne…

Già  io credevo d’aver fatto distinzione saggia e, rilevando l’errore altrui, sentenziavo che cadavere attiene all’uomo, all’animale carogna,  deh, gli dei mi punirono ché forse, qualcuno affezionato a questi piú di quelli,  perso l’antico rispetto dovuto sacramente agli uni piuttosto che all’altri, di chiamar cadaveri anche quelli si pregia.

Ed io,  continuando a sproloquiar sul niente,  giacchè  anche la crusca per analogia consente,  mi affannavo a dir che l’ignoranza, grassa si espande, poiché  nessuno,  copiando ignaro l’errore altrui,  di verificarne la correttezza si prende briga, e di copia incolla in copia incolla,  l’errore diviene verità  di massa, e a niente più vale quel che il vocabolario dice!

Nel far questi pensieri, mi soffermai su cotanta espansione greve e mi sovvenne quel tal Schmidt, che di accelerazioni espanse è  assai esperto,  e da cadaveri e carogne di cui andavo novellando,  mi ritrovai in mezzo all’onde gravitazionali ed ai bosoni, trapassando per l’energia oscura sii smarrita…

oh Dante, esci da questo corpo che non è il momento!

…cosí pensavo elecubrando, che l’universo tanto più accelera la sua corsa verso parsechiane distanze ed immensa grandezza,  quanto più l’uomo corre per comprendere la misura più  piccola che a sua volta fugge verso l’infimo con altrettanta accelerazione.

E dietro a questi pensieri altri si affastellavano dappresso…

perché troviamo le cose esattamente lá dove crediamo che siano?  E perché troviamo sempre quello che intuiamo ci sia? Perché  quello che ci aspettiam come più  probabile tale diviene? Forse che quello che andiamo trovando è esattamente quello che abbiamo creato cercando?

Siamo forse noi gli osservatori supremi?

Può essere davvero che la tartaruga mai verrá raggiunta da Achille?

Che la natura,  per quanto in fondo andiamo ad osservarla, avrà sempre qualcosa di più  piccolo da mostrare… e quel più piccolo, è talmente inosservabile e infinito da costituire il novantasei per cento di tutto quel che esiste?

E se quel che esiste è per sua natura infinito, essendo tale la nostra curiosità e il nostro desiderio di conoscenza,  non potrebbe esser questo il più grande miracolo nella concezione di Dio?

Che si sia fatto Tale per comprendere tutto e non essere mai completo in niente, giacché la completezza implica finitezza, che in Dio peró non ha da essere, potendo Egli essere tutto e uno nel medesimo istante.

Così l’espansione universale tira.

Come in un elastico gigante, il grande spinge da una sferica parte,  il minuscolo, come un punto senza dimensione né verso, dall’altra,  e la tensione è tale che genera infinita energia in potenza pronta a deflagrare.

Quale sarà il punto di rottura?

Esisterà questo punto di rottura?

Come una cellula andrà  forse a compiere la sua meiosi e da quell’unico elastoverso si genereranno due cellule identiche e pur diverse che proseguiranno, di mitosi in mitosi, dal grande al piccolo a diversificare organi e tessuti, e in sé Dio stesso genererà Se Stesso, in un corpo celeste che accelera e si espande senza conoscere mai nè nascita nè morte.

E di tutto ció, che pensi sommo Dante?

Che penso,  dici?

- “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”

Sarà  così quindi è deciso:

Nell’infinitamente grande c’è  l’infimo così che l’infimo è infinitamente grande.

Credere… o non credere.

È  decisamente un problema!

Dalla sassaiola scansai grazie a quel tale

che tra una riga e l’altra, nella polvere,

con aria distratta  a lor si oppose e li distrusse. Leggere,

scrivere…  qual di più? Proporre così

con un foglio che si possa metter fine

alla triste farsa che il cuore ingiuria,

vecchia di già da anni!

Chiamarlo con un Ehi, signore,

di la che passi.  Leggere, scrivere;

parlare,  skypare forse… Forse;  e qui

mi scaglio: che sopravviene

il racconto della morte senza aver dato

proprio nulla in cambio,  ecco l’ostacolo

che trattiene il desiderio e che induce

l’intelletto ad indugiare ancora. A chi starebbe

un abito malfatto ed un cappello

stretto, un lavoro pressante,

l’amor proprio claudicante, e strali

di gelosia confusa e dubbi normativi,

saccenza letteraria e derisione

ghiotta sull’ingenuo scribacchiare,

chi ci starebbe mai se già sapesse

come recidere il patto criminale?

Chi vorrebbe spendere ore a pensare

che ho fatto, sotto il giogo della paranoia,

se non fosse per lui allegria

e diletto, giacché essi ignorano dice

ciò ch’io conosco perchè ci sono stato?

La viltà, così, fa tutti geni,

così  la gioia di un’ispirazione

al grigiore di una burla si corrompe

e le idee più argute e che più rendono

s’intanano, perdono il loro puro

slancio. Ma taci grillo! Lo strappo

e assai vicino.  - Possiate voi,

Vati, perdonare

la mia sintassi.